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Come Charlie Brown e i suoi amici ci hanno fatto diventare adulti

Sottovalutato dagli americani, l’autore dei “Peanuts” dovette attendere Umberto Eco per poter leggere in lingua inglese un articolo critico sulla sua opera.

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Strano ma vero: l’unico museo al mondo dedicato a Snoopy sta a Tokyo. I diritti di sfruttamento multimediale sono infatti della nipponica Sony e fa comunque effetto sapere che un intero museo è dedicato a un bracco immaginario.

Scelta bizzarra anche in tempi leziosi nei quali una banana appiccicata al muro può riempire la stanza di una esposizione d’arte. D’altronde, mentre le installazioni estemporanee si moltiplicano, si possono invece contare sulla punta delle dita iniziative museali dedicate al fumetto, e probabilmente nessuna così specifica.

Ed è questo il dato che dovrebbe stupirci visto l’incredibile successo che ebbero le strisce di Charles Schulz in vita e in patria: migliaia di pagine stampate e quindi ristampate decine di migliaia di volte in tutto il mondo, pubblicazioni in centinaia di quotidiani, film di animazione in quantità, videogiochi ispirati ai personaggi della serie, saggi critici letterari e persino di psicologia (sul significato della copertina di Linus, et cetera et cetera) e naturalmente scaffali di diverse catene internazionali affollati dal merchandising di questo fumetto.

Anche se il fiuto degli affari può portare a riconoscimenti economici tempestivi, si sa che purtroppo quella della legittimazione culturale è invece strada assai lunga e accidentata.

Sin dall’inizio, nel 1950, quelle strisce furono infatti intitolate d’imperio “Peanuts” (“Noccioline”) dall’agenzia letteraria alla quale era iscritto Schulz. Lui stesso se ne dolse a lungo, sapendo che la parola indicava gergalmente il pubblico di uno spettacolo teatrale per bambini; decise pertanto, con mossa geniale, di rispondere al nomignolo accentuando il gusto introspettivo e quindi adulto dei dialoghi di Charlie Brown e degli altri suoi amichetti.

Proprio in quel contesto corale – popolato da personaggi bambineschi nelle fattezze ma eterni nelle loro riflessioni – l’autore sviluppò nel tempo una spassosa e accurata enciclopedia della psicologia umana in cui gli scambi tra il bracco Snoopy e l’uccellino Woodstock, tra il pianista Schroeder e la narcisa Lucy, tra l’impetuosa Piperita e la secchiona Marcie contavano più della somma delle loro parti.

Memorabili poi le fatiche letterarie di Snoopy che, seduto sulla sua cuccia e indossando il casco da aviatore del Barone rosso, scrive di notti buie e tempestose solo per ricevere rifiuti beffardi da vari editori. Emblematico infine il coitus interruptus del tiro al pallone da football che Lucy impone a Charlie spostandogli ogni volta l’ovoide poco prima del calcio, e però riuscendo a convincerlo sempre a riprovare, e ancora e ancora: una frustrazione di cui forse soffrì lo stesso Schulz verso la cultura statunitense, visto che dovette attendere Umberto Eco per poter leggere in lingua inglese un articolo critico sulla sua opera.

Noi italiani fummo infatti tra i primi a riconoscere il vero valore letterario e culturale di quei fumetti.

Schulz fu vero artista. Le sue opere hanno resistito al passare degli anni, dimostrando una perpetua giovinezza non tanto per l’età dei protagonisti quanto per la loro capacità di comunicare con un linguaggio sempre attuale l’emozione di scoprire di non essere soli, lì fuori nel mondo.

 

Di Camillo Bosco

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