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Abbasso il Pusp

La politica non è una sorta di collettivismo assistenziale, la politica è scegliere fra interessi diversi, magari avendo in mente un’idea di società da realizzare.

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La politica non è una sorta di collettivismo assistenziale, la politica è scegliere fra interessi diversi, magari avendo in mente un’idea di società da realizzare.

Forse non se ne rendono conto, ma i politici del Pusp stanno uccidendo la politica. Quella vera. Ripetono meccanicamente la stessa battuta, convinti che sia viatico per il successo, non rendendosi conto di provare così a comprare quella fetta del mercato del consenso che sanno essere in vendita, alienandosi però il resto per mancanza di credibilità. Vogliono per sé la parte peggiore e più volubile del mercato, che sembra la più facile. Consiste in questo l’assassinio della politica, generando inevitabilmente la debilitazione trasformista. Il Pusp, il Partito unico della spesa pubblica, è un male per tutti.

Prendete la vitale faccenda del rincaro del prezzo delle materie prime, che innesca l’inflazione al di sopra delle previsioni: gli esponenti del Pusp hanno colori diversi, ma il loro comune tentativo è trovare la più vicina telecamera, mettersi in posa falsamente pensosa od operosa e scandire bene: noi chiediamo che subito, ma subito subito, il governo intervenga. Giusto, a far che? Si può intervenire aumentando le estrazioni di gas dall’Adriatico, laddove furono fermate dagli stessi che ora parlano. Si può provare a negoziare il raddoppio del gas tramite Tap (ne parliamo all’interno), che diversi di loro volevano fermare. Si può lavorare sui giacimenti che si trovano in Paesi del Nord Africa con i quali quasi tutti loro volevano rompere i rapporti. Si può diminuire il dragaggio fiscale, come in parte si è già fatto. Si può evitare di pagare un kwh prodotto con le rinnovabili come se fosse prodotto con il gas. Si possono fare diverse cose, ma nessuna di queste soddisfa i profili esibiti in televisione, che vogliono soldi del governo a compensare gli aumenti delle tariffe. Vale a dire più spesa pubblica, più deficit e più debito. Che questo poi si traduca anche in più tasse è ignoto agli ottusi e noto ai presunti furbi, che sanno succederà dopo le elezioni. Fra loro c’è anche chi pretende di spiegare che per difendere la nostra sovranità dobbiamo consentire ai russi di spegnere quella degli ucraini, che è un modo per smutandarsi un attimo prima di vendersi le mutande.

Purtroppo non credo alle sedute spiritiche, altrimenti ne organizzerei per evocare lo spirito di John Maynard Keynes, talché compaia nei sogni degli spendaroli del Pusp e li delizi con le sue catene da fantasma.

La politica non è chiedere tutto di più per tutti, in una sorta di collettivismo assistenziale. La politica è scegliere fra interessi diversi, magari avendo in mente un’idea di società da realizzare. Nel mentre si spende a debito per investimenti ci sta che si spenda anche per salvare la competitività, ove minacciata da fattori esterni e non controllabili (in caso contrario si lascia fallire chi va fuori mercato), ma non a debito, tagliando altre spese. Per esempio: alleggeriamo le bollette tagliando i bonus a nulla. Questa è politica. In quanto tale è opinabile e si può ben sostenere l’opposto, perché si chiama diversità d’idee. Ma chiedere solo più spesa pubblica è assenza di idee e, forse, anche del mezzo per produrle.

di Davide Giacalone

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