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Buona Rottura

Pensioni: le tensioni durante l’incontro tra governo e sindacato portano a una rottura forse necessaria.

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La rottura è un fatto positivo, soprattutto per il sindacato. Il governo, finalmente, antepone il necessario al conveniente. Può dispiacere che il sindacato non converga, ma si tira dritto. Siano i sindacalisti, però, ad apprezzare una controparte che anziché scavalcarli ed entrare in gara demagogica, tiene il punto e consente loro di interrogarsi su quali interessi rappresentare e come. Un passo avanti.

Avranno fatto caso, i sindacalisti, che nella lunga rincorsa ad abbassare l’età di pensionamento ci siamo ritrovati a essere il Paese che ha la relativa spesa più alta della media europea, i pensionati più giovani, la partecipazione al lavoro più bassa e la disoccupazione più grave di quella media. Non proprio una condizione invidiabile. Che ne porta con sé un’altra, che dovrebbe terrorizzare i sindacalisti: i loro iscritti sono sempre meno i lavoratori, oramai in minoranza, e sempre più i pensionati.

Allora, quali interessi intendono rappresentare? Perché più cresce il costo della previdenza meno potrà farsi calare il drenaggio del cuneo fiscale, quindi meno potrà crescere il salario netto, effettivamente percepito dai lavoratori, e meno converrà assumerli, facendo scendere la disoccupazione. Aumentare il numero dei pensionati può ben essere un obiettivo sociale, sebbene me ne sfuggano i contorni, e del resto esisteva un tempo il partito dei pensionati (che, giustamente, i sindacati di allora non apprezzavano), ma si ha il dovere di dirlo e di chiarirne le conseguenze.

Annunciare uno sciopero generale è mero vociare: lo si farebbe contro i giovani che la pensione di quel tipo non l’avranno mai – dicasi mai – eppure devono pagarla agli altri. Legittimo chiederglielo, ma senza poi stupirsi se al sindacato non s’iscrivono.

I sindacati riflettano su un altro punto: fra le riforme necessarie ci sono quelle relative al mercato. Potrebbero scegliere di fare fronte comune con i sindacati datoriali che optassero per la conservazione delle rendite oppure proporre quel che serve a creare lavoro, ovvero incentivare competizione e prosciugamento delle protezioni. Se prendono l’avvio con la prima cosa sarà difficile fare poi il salto. Confindustria si prepari, perché il dilemma fra poco trasloca dalle loro parti.

Infine, le forze politiche che reggono il governo. Faranno l’eco a tutte le resistenze e a tutte le paure o hanno un’idea di futuro con la quale mettere in coerenza le azioni del presente? Perché lasciare che sia il solo Draghi a reggere il fronte dell’utile anteposto al conveniente finisce con il togliere loro la rappresentanza degli interessi generali, naturalmente declinata secondo diversi punti di vista e idee (nessuno ne ha l’esclusiva).

È andata bene: queste cose sono ora all’ordine del giorno.

di Davide Giacalone

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