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Calenda e il terzo polo: azione e reazione

Il modello tornato improvvisamente in auge per Calenda è quello del terzo polo, solo ieri dimenticato per il campo largoanti-Meloni. Come se nulla fosse, come se la settimana dell’alleanza con il Pd non fosse mai esistita.

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Da poco meno di 48 ore analisti, editorialisti e osservatori si esercitano per capire cosa abbia innescato il balletto di Carlo Calenda intorno allalleanza fallita con il Pd e soprattutto cosa possa accadere ora.

Soffocati da una legge elettorale che premia oltremodo le ammucchiate e punisce severamente le divisioni, i partiti vivono una specie di realtà parallela. Uno stato sospeso, in cui le distanze talvolta siderali fra alleati presunti vengono accantonate, pur di provare a speculare su qualche seggio da raccattare. Poi – è il ragionamento dei più – si vedrà allindomani delle elezioni.

Da questo punto di vista, la scelta del leader di Azione ha una sua coerenza e persino una logica, considerato che il Partito democratico sta imbarcando praticamente chiunque per fare massa critica, contro lo strapotere previsto del centrodestra. Peccato che questo lo si sapesse con assoluta chiarezza – al netto dellalleanza ufficiale con i vari cespugli di Sinistra italiana, Verdi, Di Maio e compagnia cantante – ben prima dellannuncio dellintesa e della spartizione teorica dei seggi fra Letta e Calenda. Era nellordine delle cose e di quel fantomatico progetto del campo largo”, che il segretario del Pd non ha certo nascosto a nessuno.

Pensare che il dietrofront ora sia a costo zero o comunque a impatto contenuto sul suo elettorato di riferimento è da parte di Calenda un atto di pura presunzione intellettuale, prima ancora che politica. Riflesso delleterno convincimento che scelte, manovre e azzardi siano più o meno gratis, comunque sempre spiegabili e giustificabili, anche quando oltre il limite di guardia.

È leffetto di leader o presunti tali che scambiano regolarmente il personalismo per personalità, giocando una sfinente gara al peggior carattere da mostrare come orgoglio personale. Prova ne sia che un minuto dopo aver abbandonato allaltare Letta (lui assicura di averlo avvertito, il leader del Pd nega, ma conta zero e dà la misura della domenica vissuta), Calenda non ci abbia pensato su un attimo a considerare la possibilità di affiancarsi al detestatissimo Renzi. Mal sopportato sin dai tempi trascorsi fianco a fianco al governo, oggi è lultima possibilità rimasta ad Azione per non correre da sola e così via a un nuovo giro di giostra da presentare come linvenzione del nuovo. Il modello tornato improvvisamente in auge è quello del terzo polo, solo ieri dimenticato per il campo largoanti-Meloni. Come se nulla fosse, come se la settimana dell’alleanza con il Pd non fosse mai esistita. Sullo sfondo, un Paese distratto e abbrustolito dal solleone fa sempre più fatica a capire.

Quanto alla mitologica area liberale, i potenziali sostenitori della stropicciata agenda Draghi” dovrebbero docilmente seguire il cane pastore in unallucinata transumanza fra i poli.

Che possa andare a finire così a oggi è unillusione, legittima ma pur sempre tale. E lItalia della competizione, dellesportazione, del merito e – scriviamolo – del piccolo miracolo economico del primo semestre 2022 se ne sta così, come sugli alberi le foglie ad aspettare lautunno.

di Fulvio Giuliani 

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