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title: Cantata di Cutro, parole perdute
description: Ripensando alla cantata sulle note di De Andrè a ridosso di Cutro del duo Salvini-Meloni ci si chiede se le parole abbiano ancora un senso
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date: 2023-03-24
author: Davide Giacalone
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categories: [Politica]
tags: [Evidenza, politica]
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# Cantata di Cutro, parole perdute

![Cantata Cutro](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/03/Evidenza-sito-265.jpg)

Ripensando alla cantata sulle note di Fabrizio De Andrè a ridosso di Cutro del duo Salvini-Meloni ci si chiede se le parole abbiano ancora un senso

Ve ne siete dimenticati, si è già passati oltre? A me, invece, è rimasto in testa. **La ragione si nutre di memoria.** Quel che interessa, **nella cantata a ridosso di Cutro**, non è l’indignazione oppositoria, che sa tanto di partito preso. No, **mi restano in mente le riprese e il perduto senso delle parole.**

Capita di partecipare a funerali, di essere veramente commossi e sentirsi vicini ai familiari. Poi, due metri e due minuti più in la, **ci si rivede dopo molto tempo, ci si scambia una battuta e un sorriso**. **Non c’è falsità**. Solo che non lo si fa in faccia a chi piange ed esiste pur sempre una differenza fra un privato a lutto e chi incarna un lutto collettivo. **Difatti, si osserverà, la cantata avvenne ben lontano dal luogo di quel lutto feroce**. Vero. **Ma è incredibile che in una stessa stanza si trovino la presidente del Consiglio e il suo vice**, circondati da amici, **e che con incoscienza totale si possa tirare fuori il telefono e riprendere**. Quando, oramai, pure i sassi hanno imparato che quelle immagini potranno essere utilizzate solo contro di te. Nessuno che dica: **amici, compagni, camerati, mettete in tasca quella roba**. E nessuno che senta il pudore d’essere l’ospitato che mollerà la fregatura agli ospitanti.

E vabbè, **la debolezza egolatrica di riprendersi** e la cattiveria di riprendere sono considerate ineliminabili. **Quando non ammirevoli**. E così, pur non essendo né invitati né interessati, abbiamo finito con il partecipare da guardoni. Anche questo è costume collettivo. **Ma la cantata usava le note e il testo di un tal Fabrizio De André. Ed è qui che ci si chiede se le parole abbiano ancora un senso**. Che lo si definisca poeta o cantautore, **non cambia che fu il cantore degli ultimi**, dei reietti: puttane, travestiti, zingari, drogati. **Non cambia che trovava immorale la morale comune**. Non cambia che dedicò un’intera raccolta di composizioni – un “album”, come si diceva ai tempi del vinile – a Gesù. Lo intitolò “La buona novella”. **Tutto il suo ragionare è basato sui vangeli apocrifi** e con un “Testamento di Tito” non proprio destinato a glorificare i comandamenti. **Che ci fa questa roba nell’ugola di chi i campi nomadi non li canta, non racconta il “caritare”, ma più volte si propose di spianarli** con le ruspe? Di chi porta i rosari ai comizi?

Nessuno risponderà, **perché c’è la cultura imbastardita di intere generazioni che ha tolto senso alle parole**, che si celebra nell’essere “contro” e si esercita nell’essere contro altri che sono contro, finendo con il cantare le stesse cose, riproponendole solo perché parte della loro vita adolescenziale e mai di una storia adulta. Cantano, **da destra a sinistra**, le stesse cose perché sono figli dello stesso mondo, avverso il quale protestano. **Quel furto d’immagine dice molto**, ma solo a chi pensa che le parole abbiano ancora un senso.

di *Davide Giacalone*
