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Chi sono i candidati alle elezioni del 25 settembre

Caduto il governo Draghi resta il grande caos di partiti e coalizioni pronti al prossimo 25 settembre. Un tema segnerà irrimediabilmente la campagna elettorale: la collocazione dell’Italia nella politica estera.

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La situazione è grave ma non seria. Sloggiato il governo di Mario Draghi da Palazzo Chigi, i partiti e le coalizioni si preparano adesso alla gara elettorale d’autunno. Peccato che siano invotabili e che le coalizioni, per come le abbiamo conosciute, non esistano più.

Cominciamo proprio da queste il viaggio nella patologia della politica italiana.
Centrodestra: ovvero Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Fosse davvero una coalizione con un programma e un’idea di Paese, la Lega non avrebbe governato prima da sola coi grillini e poi con Forza Italia (e senza Fratelli d’Italia) nella coalizione di larghe intese che ha sostenuto Draghi. Di queste tre forze politiche di coalizione, infatti, una è stata sempre all’opposizione ed è il partito di Giorgia Meloni. Come alleanza, non c’è che dire: in ordine sparso.

Centrosinistra o quel che resta di un’idea (sbagliata) di campo largo: ovvero Partito democratico e 5 Stelle. Hanno posizioni diverse in politica estera, su alcuni temi economici chiave e inoltre uno – il Pd – avrebbe tenuto ancora Mario Draghi al governo mentre l’altro – i 5 Stelle (assai divisi al loro interno nonostante le scissioni subite) – lo ha fatto cadere assieme alla Lega e a Forza Italia. Un uomo di lungo corso politico del Partito democratico, Luigi Zanda, ha spiegato che coi 5 Stelle il Pd non farà nessuna coalizione ma una alleanza elettorale. Ah, che ideona! Che poi anche il più sprovveduto, quando fa un’alleanza elettorale, alcuni importanti punti politici comuni dall’alleato li pretende.

Da questo breve quadro appare evidente come le coalizioni siano ormai dei falsi. Anche i singoli partiti però non se la passano bene, divisi al loro interno su temi dirimenti. La Lega di Matteo Salvini, ad esempio, deve essere chiara sulla linea atlantista e occidentale da tenere come Italia rispetto alla guerra russa in Ucraina. Eppure non lo è stata, almeno sinora.

La stessa Forza Italia è divisa al proprio interno e perde due ministri come Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini, che hanno deciso di lasciare il partito. Quanto ai 5 Stelle di Giuseppe Conte, le divergenze interne sono emerse tutte e chiaramente nel momento di far cadere Draghi. Infine il Partito democratico, il cui leader Enrico Letta ha il pregio magari di parlare meno degli altri ma che sta ancora pensando a un’alleanza coi grillini, come se non gli fosse bastato l’andazzo di questa legislatura.

Nell’attuale quadro farsesco, con leader di partito più da social e da televisione che da battaglia politica, un tema segnerà in maniera indelebile la campagna elettorale e il ruolo dell’Italia: la nostra collocazione in politica estera in tempi di guerra. La scelta compiuta dal governo Draghi – europeista, atlantista (linea che tutti nel governo di larghe intese votarono, taluni magari mentendo a sé stessi) e in difesa dell’Ucraina, con una presa di posizione inequivocabile sulla necessità di affrancarsi dal gas russo – non è infatti in alcun modo reversibile.

È un discrimine invalicabile come lo fu la posizione occidentale durante la Guerra fredda con l’Unione Sovietica. Una collocazione che non si può superare con le solite frasi, del tipo «L’Italia è per la pace e per la fratellanza tra i popoli». Chi non lo è? Purché si tenga ben presente che la libertà non si negozia. Si difende. Perché così fanno le democrazie.

 

di Massimiliano Lenzi

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