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Perché fare cerimonie

In ambito diplomatico la forma è sostanza, anche il più piccolo errore può causare incidenti diplomatici a volte irreparabili. Per questo esiste la figura del cerimoniere.

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Turismo, cultura e sanità. Fiori all’occhiello dell’Italia all’estero eppure negli incontri formali i ministri competenti devono cedere il passo a tutti i loro colleghi. Sono loro tre, infatti, a chiudere la speciale classifica dell’ordine protocollare della Repubblica. Precedenza assoluta al presidente della Repubblica, ça va sans dire, seguito dai presidenti di Senato, Camera e Corte costituzionale. Quindi il presidente del Consiglio in carica e dopo di lui tutti i ministri: da Esteri, Interno e Giustizia via via scorrono tutti sino ad arrivare, appunto, a Cultura, Turismo e Salute.

In ambito diplomatico, la forma è sostanza. Ecco perché tra i più alti incarichi c’è proprio quello del cerimoniere. Sulle sue spalle pesa la riuscita o meno di incontri e ricevimenti istituzionali. L’attenzione nei confronti dell’ospite deve essere massima. La più piccola sbavatura può causare incidenti irreparabili. Come quando la delegazione della Cina guidata dal presidente Xi Jinping rifiutò di incontrare l’allora presidente della Regione Lombardia Formigoni perché sul Pirellone non era stata esposta la bandiera cinese.

Un altro grossolano errore fu fatale alla carriera dell’allora direttore della banda militare italiana. Nel 1993, in occasione della prima visita a Roma del presidente della neonata Slovacchia (SK), confondendo la sigla internazionale fece intonare all’orchestra l’inno della Slovenia (SL).

Dal giorno dopo venne declassato e destinato a lavoro d’archivio. I funerali dei caduti di Nassiriya furono al centro di una aspra polemica diplomatica con il Vaticano. Celebrati nella Basilica di San Paolo, l’Italia dispose i familiari delle vittime nelle prime file, davanti alle autorità. La diplomazia ecclesiastica invertì l’ordine, causando vibrate proteste fuori e dentro il luogo di culto. Essendo territorio estero, l’ultima parola spettò al Vaticano.

Se nella tradizione cristiana non bisogna mai apparecchiare la tavola per tredici persone (celebre il caso del pranzo nell’ambasciata italiana di Skopje allargato anche al maggiordomo per arrivare a quattordici), gli incontri con culture lontane sono irti di insidie.

Con ospiti di religione ebraica bisogna sapere che le stoviglie devono essere state ‘purificate’ in acqua e sale per almeno 24 ore e che alle donne non bisogna stringere la mano. Cosa che invece bisogna fare se si incontra un cinese: seguiranno un leggero inchino e lo scambio in silenzio dei rispettivi biglietti da visita. Solo a quel punto si potrà porgere un dono (mai in pacchetti neri o bianchi) che non sia però un ombrello, portatore di sventura, o un orologio, simbolo di impazienza.

Uno stato d’animo inopportuno da mostrare anche se si incontrano giapponesi: la forma deve sempre prevalere sulla spontaneità. I saluti possono essere ripetuti anche cinque volte e non si parla di cibo ma della storia dei piatti e delle tazze. Non rifiutare mai una portata, al limite la si avanza nel piatto per dire che non si vuole il bis. Perché nel cerimoniale anche il più piccolo gesto è un segnale che dà forma alla sostanza.

di Stefano Caliciuri

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