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Gli effetti del Midterm sulla politica americana

Nelle elezioni di Midterm, la tanto attesa onda rossa non c’è stata. Ora, nella politica Usa, oltre a quella sempre più netta tra democratici e repubblicani, fa breccia un’altra divisione: quella interna al Great Old Party con Donald Trump che potrebbe diventare un peso in grado di spianare il suo stesso partito
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Gli effetti del Midterm sulla politica americana

Nelle elezioni di Midterm, la tanto attesa onda rossa non c’è stata. Ora, nella politica Usa, oltre a quella sempre più netta tra democratici e repubblicani, fa breccia un’altra divisione: quella interna al Great Old Party con Donald Trump che potrebbe diventare un peso in grado di spianare il suo stesso partito
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Gli effetti del Midterm sulla politica americana

Nelle elezioni di Midterm, la tanto attesa onda rossa non c’è stata. Ora, nella politica Usa, oltre a quella sempre più netta tra democratici e repubblicani, fa breccia un’altra divisione: quella interna al Great Old Party con Donald Trump che potrebbe diventare un peso in grado di spianare il suo stesso partito
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Nelle elezioni di Midterm, la tanto attesa onda rossa non c’è stata. Ora, nella politica Usa, oltre a quella sempre più netta tra democratici e repubblicani, fa breccia un’altra divisione: quella interna al Great Old Party con Donald Trump che potrebbe diventare un peso in grado di spianare il suo stesso partito

L’onda rossa non c’è stata, anche se la vittoria repubblicana alla Camera dei rappresentanti è politicamente pesantissima e i calcoli definitivi al Senato saranno possibili solo dopo gli inevitabili ricorsi e i
possibili ballottaggi. Le difficoltà politiche del presidente Joe Biden nel secondo biennio del suo mandato saranno comunque indiscutibili, costretto – bene che vada – ad avere a che fare con una Camera ostile. Eppure la lettura predominante è quella del ‘colpo’ repubblicano andato a vuoto.

L’onda, si accennava, non è partita e il sottotesto di questo mancato ko è la doppia spaccatura con cui la democrazia americana deve fare i conti. La prima – più evidente e pericolosa se non gestita con equilibrio e senso dello Stato – è fra quelli che ormai sono due universi paralleli: i Democrat e il Great Old Party o ciò che ne resta. Un fenomeno comune a buona parte delle democrazie avanzate, ma che negli Stati Uniti si affianca a una specificità tutta interna al Partito repubblicano.

È la faglia determinata dalla figura di Donald Trump, che fatica a mascherare lo smacco politico. I ‘suoi’ candidati, appoggiati perché sostenitori della narrazione delle elezioni scippate nel 2020, sono stati battuti.
Gli effetti sono talvolta paradossali, come nel caso di un certo occhio benevolo della stampa progressista nei confronti del più accreditato avversario interno di The Donald, vale a dire il governatore della Florida Ron DeSantis, vittorioso martedì nel suo Stato. L’unico possibile ‘merito’ di quest’ultimo – agli occhi dell’America Dem e delle aree progressiste di Paesi come l’Italia – può essere che risulti un avversario dichiarato dell’ex presidente degli Stati Uniti.

Quanto al resto, se si conoscono anche solo superficialmente il soggetto e le sue idee politiche, siamo a pochi centimetri, forse millimetri, da Trump. Per fare un esempio, sugli immigrati la sua posizione fa apparire Salvini un ultras delle Ong. Però Ron DeSantis è colui che potrebbe negare a Donald Trump la candidatura repubblicana nel 2024 e allora diventa un’opzione. Nulla di nuovo e di diverso dal vecchio adagio “Il nemico del mio nemico è mio amico”. A dirla tutta, una clamorosa manifestazione di debolezza del Partito democratico. Per ora, i Dem devono tantissimo a quel vecchio professionista della politica che risponde al nome di Joe Biden. Pur sempre l’uomo che ha fatto sloggiare Trump dallo Studio ovale e tenuto botta nelle elezioni di martedì. Un ottimo soldato dedito alla causa, ma oggettivamente un politico ormai stanco e in là con gli anni, su cui appare fantasioso costruire un progetto a medio termine.

Solo che dietro di lui è il nulla, costringendo i Democratici a richiamare di continuo in servizio Barack Obama e le sue straordinarie capacità oratorie. Nessuno discute il carisma dell’uomo del “Yes We Can”, ma la democrazia americana ha le sue regole (almeno le aveva) e fra queste c’è che un ex presidente è un ex e basta. Può aiutare, sostenere – Obama è stato preziosissimo sia nelle elezioni del 2020 che in queste di Midterm – ma non spetta al vecchio leader intestarsi battaglie politiche. Fra i repubblicani, Donald Trump lo fa regolarmente, ma il tycoon è un vulnus del suo stesso partito prima ancora che della democrazia americana. Un “mai visto” e “mai digerito” che prima o poi i repubblicani rischia di spianarli.

Di Fulvio Giuliani

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