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title: "Fare politica è diventato un gioco d&#8217;azzardo"
description: "I risultati delle elezioni regionali in Sardegna e Abruzzo: più che cambiare il vento è cambiato il modo in cui si contano i voti."
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date: 2024-03-12
author: Davide Giacalone
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categories: [Politica]
tags: [Italia, politica]
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# Fare politica è diventato un gioco d&#8217;azzardo

![Elezioni regionali Abruzzo e Sardegna](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Elezioni-regionali-Abruzzo-e-Sardegna.png)

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2024-03-11 07:37:09

2024-03-11 06:37:09

In Abruzzo non c’è stato l’annunciato ribaltone (annunciato dalle opposizioni) e neppure la corsa sul filo di lana. Marco Marsilio vince le Regionali

Tanto tuonò… che tutto rimase come prima. In Abruzzo non c’è stato l’annunciato ribaltone (annunciato dalle opposizioni, a onor del vero) e neppure la corsa sul filo di lana. Il candidato del centrodestra - candidato che più meloniano non si poteva - il presidente uscente Marco Marsilio ha vinto con ampio margine sullo sfidante Luciano D’Amico. 

Il secondo “colpo”, quello che dopo la sorpresa in Sardegna avrebbe dovuto mettere in reale affanno la presidente del Consiglio e terremotare la maggioranza semplicemente non c’è stato. Peraltro, tutto è andato secondo le previsioni degli osservatori più equilibrati: al di là di un lettura per così dire “interessata”, era difficile immaginare un ribaltamento totale del trionfo fatto segnare dal centrodestra appena un anno e mezzo fa alle politiche. 

La verità è che, come ci siamo permessi di scrivere all’indomani della sorpresa sarda, poco era cambiato anche all’indomani di quel voto. Soprattutto pochissimo era cambiato e continua a cambiare negli anchilosati schemi della politica italiana: si corre per vincere le elezioni, quali esse siano: comunali, regionali, politiche, europee… ognuna vissuta come un giudizio divino, l’armageddon, l’arma finale. 

Se si vince, ovviamente, perché quando si perde nella migliore delle ipotesi la colpa è degli elettori che non hanno capito. Oltre qualche sbiadita frase di circostanza. 

Non c’è politica, non c’è programma, non c’è idea. C’è solo una forsennata corsa alla vittoria per la vittoria. Poi, che si tiri a campare. 

Tradotto: se nella maggioranza, da Giorgia Meloni a scendere, crederanno di aver risolto il problema tamponando la falla isolana in Abruzzo (e magari prossimamente in Basilicata), si sbaglieranno di grosso. Non perché abbiano perso in Sardegna o perché le faide nella maggioranza non siano note e visibili, ma perché è al governo che si gioca la vera partita. Non ogniqualvolta si aprano le urne, a qualsiasi livello. È governando, aggredendo i problemi, scegliendo il coraggio e non gli accomodamenti che si può costruire qualcosa.

Quanto all’opposizione, le ammucchiate non funzionano. Lo sapevamo già, lo abbiamo scritto in ogni modo possibile, ma sembra necessario ripeterlo ancora e ancora. Dopo questa scoppola, nel confuso universo del centrosinistra e dintorni ricominceranno a tirarsi addosso i pesci marci. È scontato, ma lo era anche prima. Si erano artificiosamente messi insieme solo per segnare un punto fine a se stesso. 

Dov’è - anche in questo caso - la politica, l’idea, la programmazione? Non c’è, non c’è da mesi o da anni e la fulminea illusione in terra sarda non può che rendere ancora più arduo raccapezzarsi dopo questa dolorosa sveglia.

di Fulvio Giuliani

Vince il centrodestra, dura sveglia abruzzese per le opposizioni

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2024-03-11 10:55:56

2024-03-11 09:55:56

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32147

2024-03-02 13:00:00

2024-03-02 12:00:00

Il tonfo della Lega alle elezioni regionali in Sardegna - con l’avvilente 3,7% - è tutto molto coerente con un partito che deve restituire (alla Meloni) un elettorato non suo

«C’è qualche italiano, qui?» Così Umberto Bossi in un comizio dei primi anni Novanta nel Bresciano, cioè la futura roccaforte con la vicina Bergamasca di quella “La Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” frutto della federazione di sei movimenti regionalisti (Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola e Alleanza Toscana). Presente a uno di quei comizi da infiltrato, fui travolto dai «No». Nemmeno un italiano. Tutti Lumbàrd (o, altrove, piemontesi, veneti et cetera). Con un linguaggio che mirava ai cuori padani, il senatùr riuscì nell’impresa di far crescere una creatura destinata a raccogliere le istanze regionalistiche – e spesso campanilistiche – di «popoli del Nord» che ponevano il Po come sbarramento rispetto al resto d’Italia. Non metaforico ma vero, come quello di Berlino.

Una crescita, quella leghista, che ricevette una spinta inattesa da Tangentopoli. L’inchiesta dei nuovi Savonarola della Procura di Milano demolì un’intera classe politica, lasciando nella piazza orfani di rappresentanza fra i detriti della Repubblica nata nella bella estate del 1946. D’un colpo, partiti che avevano origini risorgimentali diventarono luoghi del malaffare. Gli avvisi di garanzia, a grappolo. Come danni collaterali non pochi innocenti che, incapaci di reggerne l’urto, si sarebbero suicidati. Metodi da Torquemada, insomma. Da quel momento in poi, «Roma ladrona» avrebbe dovuto fare i conti con «il riscatto del Nord», fra lo stupore di un Sud che s’era evidentemente indebitamente appropriato a sua insaputa di qualcosa di non suo.

Gli anni successivi si sarebbero incaricati di spazzare via storie, storielle e dicerie da bar, per fare spazio alla Storia. Che adesso ha registrato il tonfo della Lega in Sardegna con l’avvilente 3,7%. Tutto molto coerente con un partito che deve restituire (alla Meloni) un elettorato non suo. Consensi raccolti con disinvolta pesca a strascico dalle Alpi alla Trinacria negli anni della segreteria di Salvini. Un corso politico che aveva visto la Lega abbandonare i panni originali per indossarne di non suoi. Il comiziante Bossi dell’epoca, oltre a chiedere se qualcuno si riconoscesse nell’italianità, invitava i suoi fedeli anche a cercare «uno per uno i fascisti». Non solo non avrebbe fatto fatica, come Salvini, a dichiararsi antifascista (a proposito, vergognose sono risposte tipo «Non m’interessa il derby fascisti-comunisti»), gridava pure che i fascisti erano «maledetti». La cavalcata a destra della Lega-Salvini, che raccattava voti perfino dalla paccottiglia di Fn e CasaPound, finisce in Sardegna.

Per evitare di perdere anche lo zoccolo duro del Nord, la Lega ha una sola strada: tornare al Monviso. Ovviamente con un nuovo segretario, alias il doge Zaia, e un logo ripulito dalla scritta “Salvini premier”. Con buona pace dell’ottimista Crippa («Le inchieste sul generale sono delle medaglie al petto»), il salvagente di Vannacci non basterà per evitare d’affogare in acque europee.

di Pino Casamassima

I malesseri della Lega dopo le elezioni regionali in Sardegna

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2024-03-02 20:03:43

2024-03-02 19:03:43

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16910

2024-02-29 08:05:11

2024-02-29 07:05:11

Ogni volta che si vota per il rinnovo di un Consiglio regionale e per la sua presidenza sembra di assistere a uno scontro di civiltà e al giorno del giudizio

Ora che abbiamo rifatto il Regno di Sardegna non ci resta che rimettere su le Due Sicilie, riavere il Lombardo-Veneto come appendice dell’Austria e ritornare a essere, come diceva con sospetto e con irrisione il Metternich, «un’espressione geografica». Ogni volta che si vota per il rinnovo di un Consiglio regionale e per la sua presidenza sembra di assistere a uno scontro di civiltà e al giorno del giudizio.

Cagliari caput mundi. Basterebbe anche solo guardarlo il mondo per capire che il nostro ombelico non è il centro di nulla e il rischio che corriamo è il solito: affogare nel lavandino di casa. Massimo d’Azeglio lo sapeva molto bene e se solo sapessimo parlare del nostro passato senza retorica e senza mummie e senza odii insensati potremmo ascoltare le sue parole di verità con un po’ di sana vergogna: «I più pericolosi nemici d’Italia non sono gli Austriaci, sono gl’Italiani».

Alessandra Todde ha vinto in Sardegna. Auguri, buon lavoro per una buona amministrazione. Ci rivedremo a conti fatti. Non c’è altro da dire. Tutto il resto è noia. È il già detto e ridetto. Mille volte. Milioni di volte. La sinistra non vince, è la destra che perde. La destra non ha classe dirigente, la sinistra illude sé stessa di vincere e governare. E bla bla bla. Con analisi e commenti al cospetto dei quali il barocco e il roccocò sono un esempio di semplicità ed essenzialità.

L’interpretazione della politica italiana attraverso il partitismo – partitismo senza partiti ma pur sempre partitismo – ha come sua logica conseguenza il regionalismo, differenziato o indifferenziato che sia. I dati, le analisi, le percentuali, i grafici, le tabelle, le discese e le risalite son tutte cose buone a sapersi, ma possono anche essere il sintomo di una malattia. Quale? L’eccesso di politica.

Una volta Croce definì Togliatti totus politicus e gli disse: «Non la invidio perché penso che ne debba soffrire». E così è per la nostra vita pubblica: è tutta politica, negli argomenti, nei temi, nei sentimenti e l’Italia della vita quotidiana fatta di sacrifici, impegni, lavori ne soffre, altroché se ne soffre. Perché non si vede mai una via d’uscita e le strade immaginate e indicate, invece di uscire dal labirinto pan-politico ne sono corridoi, sale d’attesa, anticamere, pianerottoli, scale e sottoscala.

Ogni volta si crede di aggiustare le storture politiche con una nuova dose di iniezione politica, mentre il problema non è aggiungere ma togliere. Il voto dell’altro giorno (con uno spoglio infinito molto simile alla legge dantesca del contrappasso) e i voti che seguiranno – ai quali vanno aggiunte le elezioni europee, che son vissute come un’appendice e come un ripiego delle cose italo-regionali – ci mostrano che la vita politica di casa nostra è una specie di superfetazione che la cultura napoletana tardo-ottocentesca renderebbe così: è ‘nu guaio passat’ (è un guaio che abbiamo e tolleriamo).

Di cosa ha davvero bisogno l’Italia sul piano istituzionale? Di uscire dall’illusione regionalista, che c’è tanto a destra quanto a sinistra, di avere meno centri di spesa e uno Stato centrale che controlli senza dirigere. Il passaggio dallo Stato centrale al federalismo è contro natura – che significa contro la storia – e infatti il regionalismo è statalismo periferico. Le autonomie e il pluralismo istituzionale si realizzano al meglio con uno Stato centrale snello. Il primo beneficio che si avrebbe sarebbe fiscale e inciderebbe positivamente sul debito, che è figlio del regionalismo. Il voto sardo e delle altre regioni e le riforme istituzionali dovrebbero indurre la politica a evitare il populismo e a riconsiderare la nostra storia statale e costituzionale. Dovrebbero.

di Giancristiano Desiderio

Voti regionali e scontro di civiltà

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2024-02-29 13:57:50

2024-02-29 12:57:50

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