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Giustizia, politica e illusioni forcaiole: il ritorno di “Mastrolindo”

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Tra giustizialismo e politica debole, il dibattito sulla giustizia si svuota, aprendo la strada a nuovi “Mastrolindo”

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Giustizia, politica e illusioni forcaiole: il ritorno di “Mastrolindo”

Tra giustizialismo e politica debole, il dibattito sulla giustizia si svuota, aprendo la strada a nuovi “Mastrolindo”

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Giustizia, politica e illusioni forcaiole: il ritorno di “Mastrolindo”

Tra giustizialismo e politica debole, il dibattito sulla giustizia si svuota, aprendo la strada a nuovi “Mastrolindo”

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Nel nostro mondo de “La Ragione” l’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove è un condannato per guida in stato d’ebbrezza (questione risolta con un’oblazione) e ha altre pendenze senza sentenze definitive, pertanto è da considerarsi innocente. A maggior ragione questo vale per l’indagine in corso, relativa a una società in cui si dovrà accertare se era o meno consapevole della natura criminale di uno dei soci. Ci piacerebbe vivere in un mondo nel quale la distanza fra l’ipotesi di reato e l’eventuale sentenza non si misuri in anni. Nel loro mondo un governante già sotto processo e ora raggiunto da un nuovo sospetto viene considerato colpevole della condizione in cui si trova, pertanto se ne chiedono le dimissioni. Loro non capiscono il nostro mondo e noi non ci meritiamo il loro.

Tale broda ha sozzato la campagna referendaria, dimostrando ulteriormente il fallimento – politico e culturale – del preteso bipolarismo, basato su false coalizioni il cui unico collante è il contrapporsi all’altra. Un’insensata faziosità che ha generato l’orgia scambista che fra poco si chiude in un trionfo di opposti forcaioli che ignorano il contenuto garantista della riforma.

È estraneo alla loro cultura. Forse non varrebbe neanche la pena di parlarne, se non fosse che si ha l’impressione che questo sia l’antipasto del periodo che ci aspetta: i casi Delmastro si moltiplicheranno e nuovi soggetti proveranno a impersonare Mastrolindo. Anche perché c’è un aspetto che riporta a quegli anni fra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, a quel clima che rese impossibile procedere immediatamente alla immediatamente necessaria separazione delle carriere: le inchieste giudiziarie cancellarono un mondo politico che non aveva capito il cambio di scenario internazionale (lo capì Silvio Berlusconi, fondatore del sistema che da tempo agonizza).

Allora le democrazie occidentali avevano vinto la Guerra fredda, portando all’incruento e benefico crollo del mondo sovietico. Quel che succedeva era evidente, ma non fu colto che cambiava le regole della politica nelle democrazie, compreso il suo finanziamento. Il resto, forse, lo ricordate. Oggi torna la Guerra fredda e la più truce coltellata alla schiena viene dalla Casa Bianca, il che cancella la possibilità di avere coalizioni in cui si trovano europeisti e antieuropeisti, putiniani e antiputiniani. Oggi come allora la politica può capire e interpretare il cambiamento, cessando la sopravvivenza per mera e taroccata contrapposizione. Oggi come allora può non esserne capace e finire con l’essere travolta.

A destra e a sinistra sono settimane che non si parla della giustizia, ma si parla dei magistrati e della magistratura come contropotere. Il che è una bestemmia, ma anche il credo di chi non ha mai capito il diritto e mai frequentato i diritti (che non siano quelli di farsi gli affari propri). La mattina dopo il referendum non sarà cambiato niente: resteranno ferme l’obbligatorietà dell’azione penale e l’irresponsabilità del procuratore che trascina in ceppi un cittadino. La sinistra che si schiera con l’Associazione nazionale magistrati pensando di schierarsi contro il potere firma il certificato della propria morte cerebrale. La destra che pensa con la separazione delle carriere di liberarsi del potere dei magistrati è già morta prima di nascere. Ma quel potere resterà lì.

E se il correntismo della spartizione togata, al Consiglio superiore della magistratura, ha suggerito e suggerisce colleganze fra i capibastone togati e i capicordata parlamentari (che è poi la ragione per cui molte decisioni sono prese all’unanimità, perché già spartite), il vertiginoso e colpevole indebolimento della politica produrrà una nuova autoaffermazione del potere giudiziario. Aprite gli occhi e chiedetevi perché a governare la riforma sono tutti magistrati e perché il capofila del No e quello del Sì rispondono al cognome di due giustizialisti: Gratteri e Di Pietro. Mastrolindo prometterà ancora pulizia, riproponendosi come soggetto politico.

Di Davide Giacalone

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