AUTORE: Fulvio Giuliani
Dovremmo abituarci all’idea che non esistano più poli, alleanze stabili e neppure quelle piattaforme elettorali che hanno caratterizzato la cosiddetta Seconda Repubblica. Vere e proprie sommatorie di partiti e liste, create con il solo scopo di vincere le elezioni, perché quello che accadeva dopo veniva considerato un dettaglio. Incredibile a dirsi, ma è andata così a lungo. Oggi, se possibile, siamo riusciti ad andare persino oltre.
Il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, ha rifiutato di candidarsi in quello che era il seggio del neo sindaco di Roma Gualtieri, nonostante il promesso appoggio del Partito democratico. Una condizione più che blindata, che non è bastata a convincere l’ex presidente del Consiglio a gettarsi nella mischia. Si può giudicare in tanti modi la scelta di Conte, ma la verità è che qui nessuno si fida di nessuno e l’ex capo del governo avrà magari dato un’occhiata ai flussi elettorali nel seggio in cui ha recentemente vinto il leader Pd Letta, rendendosi conto che persino a Siena e persino in un collegio considerato iper-sicuro il segretario avrebbe anche potuto perdere se fosse andata a votare una percentuale superiore di elettori. Affidarsi al sostegno degli ex nemici Dem deve essere sembrato un po’ troppo al buon Conte. Alla faccia dell’alleanza di lungo respiro.
Nell’altra parte dell’emiciclo parlamentare, invece, siamo ormai alla processione in ordine rigorosamente sparso. Nell’appuntamento classico di Fratelli d’Italia, “Atreju”, è stato invitato – a proposito di ex avversari giurati – Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri si è lanciato in un endorsement di Giorgia Meloni, definita più ‘affidabile’ di Matteo Salvini. Quali che siano le motivazioni che hanno spinto Di Maio a questo giudizio, resta la perfida fotografia della coalizione (?!) di centrodestra. Quest’ultima da anni va raccontando al Paese che è maggioranza ed è pronta a governare, mentre nella pratica quotidiana l’unico elemento di continuità fra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sembra essere la malcelata sfiducia nell’alleato.
In vista dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, tutto questo potrà dare origine a incroci insospettabili e apparentemente innaturali, ma in realtà nel solco di una storia non inedita per il Quirinale. Tutt’altra faccenda provare a immaginare come simili schieramenti possano candidarsi a guidare il Paese. Uno sforzo di realismo si è registrato nel momento in cui, ormai senza distinzioni, i partiti hanno rinviato l’appuntamento elettorale al 2023. Può apparire scontato, ma non dimentichiamo che fino a pochi mesi fa si continuava ad accarezzare pubblicamente l’idea di elezioni nella primavera dell’anno prossimo. Tranquilli, non è un atto di responsabilità, ma solo una resa senza condizioni alla politica del nulla.
di Fulvio Giuliani
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