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Una (giovane) non basta

Il governo Meloni ha un’età media molto avanzata. Il problema non è il dato statistico in sé, ma la cronica incapacità della politica italiana di rinnovare i rappresentanti in una linea di continuità.
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Una (giovane) non basta

Il governo Meloni ha un’età media molto avanzata. Il problema non è il dato statistico in sé, ma la cronica incapacità della politica italiana di rinnovare i rappresentanti in una linea di continuità.
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Una (giovane) non basta

Il governo Meloni ha un’età media molto avanzata. Il problema non è il dato statistico in sé, ma la cronica incapacità della politica italiana di rinnovare i rappresentanti in una linea di continuità.
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Il governo Meloni ha un’età media molto avanzata. Il problema non è il dato statistico in sé, ma la cronica incapacità della politica italiana di rinnovare i rappresentanti in una linea di continuità.

Del soffitto di cristallo si è abbondantemente scritto nelle ultime ore, come giusto. Trovate qui l’articolo di Ginevra Ferrari che ha generato un ampio e interessantissimo dibattito, a cui seguiranno ulteriori interventi in giornata.

C’è un altro aspetto che vorremmo analizzare, nel giorno della cerimonia della campanella. Se è lampante il dato storico del primo presidente del Consiglio donna (e anche ben al di sotto della soglia psicologica dei 50 anni), è altrettanto indiscutibile che il governo Meloni sia avanzato anagraficamente e ricco di esponenti la cui esperienza governativa risale addirittura all’ultimo esecutivo Berlusconi, nato nel 2008. Come dire, in un’altra dimensione, prima ancora che in un altro mondo.

Il punto non è l’età. Non ci interessa il giovanilismo d’accatto che ogni tanto prende questo Paese. L’età, come dimostrato dalla stessa presidente del Consiglio, è un dato oggettivo e neutro.

La qualità, la preparazione, il carisma, la competenza e l’ansia di imparare e migliorare sono fattori del tutto indipendenti e soggettivi. Fa eccezione l’esperienza, che obbliga i più giovani a saper guardare ai più anziani e questi ultimi a saper insegnare. Regola di vita, non certo un patrimonio esclusivo dei palazzi del potere.

Altra storia è la cronica incapacità della nostra politica di accogliere idee e persone nuove in una linea di continuità, seguendo un naturale progresso. Sono decenni, ormai, che ci narrano di “rivoluzioni“, di seconde e terze Repubbliche. Uno sfibrante e parolaio gioco dell’oca. Questo è grave e stancante, il mix tossico fra ritorno del sempre uguale e inconsistenza delle nuove proposte.

Non abbiamo alcuna nostalgia di chi pretendeva di guidare il paese esaltando approssimazione e incompetenza, ma anche l’incapacità di rinnovarsi delle classi dirigenti dei partiti è un problema, evidenziato da quella squadra di ministri – curiosamente proprio 11 – che c’erano già nel governo di un mondo fa.

Imbarazzante e “vecchio“, questo sì, il modo in cui si conteggiano e valutano i ministri: quanti del Nord, quanti del Sud e se questi ultimi sono pochi allora il Meridione verrà ignorato. Quanti sono lombardi e quanti veneti della Lega e allora l’anima dell’Est gliela farà vedere a Matteo Salvini e così via. Il mondo ultra competitivo di oggi piegato al manuale Cencelli dei nostri padri. Non bello.

Infine, una semplice nota di curiosità: sembra che l’ufficio stampa del neo capo del governo abbia intenzione di declinare al maschile il presidente del Consiglio. Ognuno faccia come gli pare e chi scrive ne ha piene le scatole del politicamente corretto, ma leggere “il presidente del consiglio e il consorte“ strappa più di un sorriso pensando all’effetto paradossale ottenuto da chi vorrebbe schierarsi così contro le nuove “mode“ lessicali. Salvate il soldato della grammatica italiana.

Di Fulvio Giuliani

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