Lotta al regime dell’Iran, la testimonianza di Hanieh Eshtehardi
| Politica
Tra gli artisti che si ribellano al regime iraniano c’è Hanieh Eshtehardi, arrivata in Italia nel 2009. «Ogni giorno vengono uccise persone, non solo nella capitale. Ma nessuno ne parla», ci racconta mentre rischia ogni giorno di non sentire più i propri familiari
Lotta al regime dell’Iran, la testimonianza di Hanieh Eshtehardi
Tra gli artisti che si ribellano al regime iraniano c’è Hanieh Eshtehardi, arrivata in Italia nel 2009. «Ogni giorno vengono uccise persone, non solo nella capitale. Ma nessuno ne parla», ci racconta mentre rischia ogni giorno di non sentire più i propri familiari
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Lotta al regime dell’Iran, la testimonianza di Hanieh Eshtehardi
Tra gli artisti che si ribellano al regime iraniano c’è Hanieh Eshtehardi, arrivata in Italia nel 2009. «Ogni giorno vengono uccise persone, non solo nella capitale. Ma nessuno ne parla», ci racconta mentre rischia ogni giorno di non sentire più i propri familiari
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AUTORE: Massimo Balsamo
«Quando sarò sepolto non voglio pianti o che leggiate il Corano. Festeggiate e suonate musica gioiosa». Queste le ultime volontà dal ventitreenne iraniano Majidreza Rahnavard, il wrestler impiccato a una gru dopo un processo farsa. Nonostante la repressione del regime, il popolo continua la sua battaglia per la libertà e può contare sul sostegno della comunità internazionale. Non solo, al fianco di donne e uomini in piazza per rivendicare diritti c’è anche chi vive a migliaia di chilometri di distanza.
Hanieh Eshtehardi è fra questi. Arrivata in Italia con la sorella nel 2009, l’artista trentaseienne da un anno ha iniziato un progetto astratto che come composizione e colori richiama la miniatura persiana. Le presentazioni delle sue opere costituiscono un’occasione in più per sensibilizzare sulla situazione nel suo Paese, sempre più tragica: «C’è una lista di giovani che rischiano l’esecuzione, le condanne a morte sono quotidiane. Ogni giorno vengono ammazzate delle persone, non solo nella capitale. Ad esempio a Zahedan, ma nessuno ne parla».
Tutta la famiglia di Hanieh si trova in Iran, la preoccupazione è innegabile: «Ci sentiamo, sì, ma nulla è più come prima». Le proteste hanno tracciato un solco nella storia di Teheran, su questo non ci sono più dubbi: «Prima della rivolta, ogni domenica io e mia nipote – anche lei pittrice – ci organizzavamo per dipingere insieme in videochiamata. Abbiamo anche pensato a una mostra virtuale, io dall’Italia e lei dall’Iran. Con lo scoppio della rivolta hanno avuto problemi con Internet ma soprattutto non c’era più lo stimolo di fare niente. Tutto quel dolore…».
Per dieci giorni nessuna notizia da familiari e amici, poi il sospiro di sollievo. Ma nelle ultime settimane morti, feriti e arresti sono aumentati esponenzialmente. Lei ne sa qualcosa, avendo partecipato alle manifestazioni del movimento verde che nel 2009 – con lo slogan “Dov’è il mio voto?” – chiedeva le dimissioni del neopresidente Mahmoud Ahmadinejad: «C’era una marea di gente, non riuscivo a vederne né l’inizio né la fine. Non si può avere un’idea della quantità di persone scesa in strada a manifestare. Per sedare le proteste il governò utilizzò lacrimogeni, acqua bollente, qualsiasi cosa». Il livello di repressione da allora non è cambiato. In questi giorni la violenza ha se possibile superato ogni limite. Eppure Hanieh intravede una luce in fondo al tunnel. Indietro non si torna: «La scissione tra religione e potere è l’unica strada da percorrere per salvare questo popolo. La situazione deve cambiare, altrimenti non c’è salvezza».
Di Massimo Balsamo
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