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Il PD e il “Pandoro” del curling: se la politica si nasconde dietro l’errore di comunicazione

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Usare gli atleti olimpici a loro insaputa non è “linguaggio dei meme”, è sciatteria istituzionale. E le scuse del PD assomigliano terribilmente a quelle degli influencer

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Il PD e il “Pandoro” del curling: se la politica si nasconde dietro l’errore di comunicazione

Usare gli atleti olimpici a loro insaputa non è “linguaggio dei meme”, è sciatteria istituzionale. E le scuse del PD assomigliano terribilmente a quelle degli influencer

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Il PD e il “Pandoro” del curling: se la politica si nasconde dietro l’errore di comunicazione

Usare gli atleti olimpici a loro insaputa non è “linguaggio dei meme”, è sciatteria istituzionale. E le scuse del PD assomigliano terribilmente a quelle degli influencer

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C’è una stone che scivola sul ghiaccio olimpico e c’è una credibilità che scivola su una buccia di banana digitale. L’incidente del video social con cui il Partito Democratico ha deciso di appropriarsi delle immagini di Amos Mosaner e Stefania Constantini per la propria campagna referendaria non è una questione politica. È un gigantesco campanello d’allarme sullo stato di salute della comunicazione pubblica in Italia.

I fatti sono semplici: viene preso un momento di gloria nazionale (il curling ai Giochi Olimpici diMilano-Cortina, evento peraltro coperto da copyright), gli viene appiccicato sopra uno slogan elettorale (“No” al referendum), e lo si pubblica. Risultato? Il CONI insorge, gli atleti — che di mestiere faticano sul ghiaccio, non sui palchi dei comizi — si dissociano indignati (“Non ne sapevamo nulla”), e il video viene cancellato nella notte.

Fin qui, la cronaca di una gaffe, ma è la giustificazione a doverci preoccupare. La nota di scuse parla di “dispiacere per il fraintendimento” e si appella al “linguaggio comunicativo del meme” che si inserisce in un “contesto ironico”.

Vi ricorda qualcosa? Questa retorica del “fraintendimento”, del “non volevamo”, della buona fede tradita dalla cattiva interpretazione del pubblico, ha un precedente illustre e recente: il caso Balocco-Ferragni.

Quando l’imprenditrice digitale fu travolta dallo scandalo, parlò di “errore di comunicazione”. Oggi, la politica usa lo stesso scudo. È il tentativo di derubricare una violazione delle regole (in questo caso del diritto d’immagine e della Carta Olimpica, che impone la neutralità) a un semplice scivolone di stile.

Ma c’è una differenza enorme. Se un influencer sbaglia, risponde al mercato e ai follower. Se sbaglia chi si candida a guidare il Paese o a scrivere le leggi, il problema è istituzionale. Non si puòchiedere il rispetto delle regole ai cittadini se poi per primi si trattano il diritto d’autore e il consenso come fastidiosi orpelli burocratici.

Il punto che sfugge ai social media manager dei palazzi romani è che il “linguaggio dei meme” non è una zona franca dove tutto è permesso. Se un utente privato fa un meme sul curling, è satira o goliardia. Se lo fa un partito politico o un brand, è appropriazione indebita di valori.

Gli atleti olimpici rappresentano tutti. Indossano la maglia azzurra, non quella di una corrente politica. Usare la loro fatica e la loro immagine per vendere un “Sì” o un “No” — senza nemmeno chiedere il permesso — è un atto di arroganza. Significa pensare che tutto ciò che passa su uno schermo sia “roba nostra”, carne da macello per l’algoritmo.

La politica dovrebbe dare il buon esempio. Dovrebbe essere l’adulto nella stanza. Invece, assistiamo a una rincorsa verso il basso, dove l’istituzione scimmiotta i trend di TikTok sperando di raccattare qualche like, dimenticando che la forma, in democrazia, è sostanza.

Cancellare il video a mezzanotte non cancella il problema. Resta la sensazione sgradevole che chi ci governa (o vorrebbe farlo) gestisca la comunicazione pubblica con la stessa leggerezza con cui un adolescente gestisce il gruppo WhatsApp della classe.

di Luca Cavallini

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