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title: Il premierato perduto
description: "Il premierato - \"madre di tutte le riforme\" - vagheggiato da Meloni potrebbe non vedere la luce. Ecco perché"
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date: 2025-09-26
author: Paolo Armaroli
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categories: [Politica]
tags: [governo, Italia, Meloni, politica]
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# Il premierato perduto

![Premierato](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/09/Premierato-1024x639.jpg)

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2024-05-13 15:00:00

2024-05-13 13:00:00

Nell’aula di Palazzo Madama è andato in scena il dibattito più pazzo del mondo e riguarda la riforma costituzionale sul premierato

Nell’aula di Palazzo Madama, mercoledì, è andato in scena il dibattito più pazzo del mondo. L’opposizione ha illustrato pregiudiziali di costituzionalità per dimostrare che la riforma costituzionale sul premierato sarebbe contra constitutionem. Un’assurdità. Anche perché il premierato (bene o male, saranno il Parlamento e in ultima istanza i cittadini a deciderlo) dà attuazione all’ordine del giorno Perassi approvato il 5 settembre 1946 dalla seconda Sottocommissione dell’Assemblea costituente. Un documento che diceva sì alla forma di governo parlamentare, a patto di essere integrata da dispositivi costituzionali volti a dare stabilità al potere esecutivo.

Nel frattempo nella Sala della regina di Montecitorio, concludendo il convegno sulla Costituzione davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere, Giorgia Meloni ha dato spettacolo. Ha infilzato e messo allo spiedo i soliti ipercritici, propalatori di stucchevoli idola fori. Al presidente del Consiglio saranno venute in mente le critiche rivolte dalle sinistre alla Costituzione della Quinta Repubblica francese. Un vestito su misura di De Gaulle, un colpo di Stato permanente, tuonarono. Poi venne Mitterrand, come Totò buttatosi a sinistra dopo le simpatie giovanili per la destra, e nessuno più fiatò. Perciò Meloni ha tenuto a precisare che il premierato non è stato concepito per l’attuale inquilina di Palazzo Chigi, che non ne ha bisogno in quanto si è già manifestato di fatto, ma per i posteri. Per quanti verranno, prima o poi, dopo di lei.

Ha poi affermato che il capo dello Stato sarà meglio tutelato. E se perde il potere di nomina del premier, è perché questa è stata la regola nei casi di bonaccia politica. Meloni avrebbe potuto aggiungere che gli scioglimenti parlamentari sono stati reclamati dagli stessi partiti. Mentre quello di Scalfaro nel 1994, con un governo Ciampi non sfiduciato, fu un azzardo. Dulcis in fundo, ha sottolineato che il Parlamento è alle corde perché i loro membri sono nominati dalle segreterie dei partiti e la malapianta del trasformismo l’ha avuta vinta. In barba al popolo sovrano.

Il rispetto non si deve solo ai contemporanei ma anche ai posteri. Perciò le cose vanno fatte a regola d’arte. Al nomen iuris deve corrispondere la ‘cosa’. E non ci siamo ancora. La Commissione ha migliorato il testo grazie non tanto al ministro Casellati quanto all’ex presidente del Senato Marcello Pera, eletto nelle file di Fratelli d’Italia. Sarà anche un maledetto toscano, un inguaribile bastian contrario, un Brontolo in servizio permanente effettivo. Ma è tra i pochi che ha denunciato i difetti delle tecnicalità proprie del premierato e ha cercato con alterna fortuna di porvi rimedio. Come dicevano i presidenti del Consiglio di una volta, molto è stato fatto e molto resta ancora da fare.

E veniamo alle dolenti note. Intervistato da “La Stampa”, il ministro meloniano per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha decretato che in aula «non ci saranno modifiche sostanziali». Ma delle due, l’una. O il ministro è intimo di quel vecchino del film di René Clair, “Accadde domani”, che aveva il dono di leggere il giornale dell’indomani e di confidarne le notizie all’amico. O ignora che un buon ministro per il Parlamento deve essere soprattutto un ministro del Parlamento per i rapporti con il governo. Come più di tutti seppe fare il repubblicano Oscar Mammì, un mito. Durante gli ostruzionismi di una volta, di notte fraternizzava con i comunisti e di giorno faceva gl’interessi di Palazzo Chigi. Insomma, il Parlamento va rispettato. Come ha sempre fatto da par suo Giorgia.

Silvio Berlusconi aveva il dono dell’ironia e dell’autoironia. Per farsi beffe dell’opposizione, per celia propose che per l’approvazione delle leggi sarebbero bastati i capigruppo con voto ponderato. Apriti cielo. Ma non era farina del suo sacco. L’idea è di un mostro sacro del diritto come Hans Kelsen, secondo il quale per assurdo si sarebbe arrivati a tanto qualora la partitocrazia avesse fatto il nido nelle istituzioni. Ciriani, dia retta: ascolti le voci di dentro.

di Paolo Armaroli

Premierando, per i posteri

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2024-05-27 07:48:02

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Chi e cosa fa un premier non è ancora del tutto compreso, figurarsi con la pericolosa riforma proposta dal Governo e le papabili conseguenze

Tutti chiamano “premier” chi premier non è né potrebbe esserlo, visto che la Costituzione è impostata su uno schema totalmente diverso. Oltre a sventolarla e giurarci sopra si dovrebbe leggerla. La cosa curiosa è che ora si vorrebbe passare al premierato, ma lasciando invariato il nome – “presidente del Consiglio” – che diventerebbe sbagliato, e volendolo fare in modo radicalmente difforme da come il premierato è stato realizzato laddove esiste veramente. Più che un tema di diritto costituzionale comparato sembra una incomparabile macedonia di frutta e ortaggi.

Il premier, quello sì, inglese ha indetto le elezioni anticipate per il prossimo 4 luglio. Perché il premier può sciogliere il Parlamento. Il premier che lo ha fatto – Sunak – non solo non è mai stato eletto tale, ma non era neanche il capo del partito che vinse le elezioni, perché colà non si sognano neanche di eleggere direttamente il premier e peraltro nessuno lo fa nel mondo. Il capo vittorioso ha poi perso il controllo della maggioranza ed è caduto. Come lui i successori, fino a giungere all’attuale. Ricevendo l’incarico dalla corona, ma soltanto perché vincitori dei congressi del partito che ha più parlamentari.

Taluni credono di sapere che capiti solo adesso, perché forse gli inglesi hanno avuto un contagio italiano. Falso, è accaduto ripetutamente e basterà ricordare Gordon Brown succeduto a Tony Blair senza elezioni, così come capitò a John Major, succeduto a Margaret Thatcher. Né Blair né Thatcher persero mai le elezioni, in compenso persero il premierato.

La riforma proposta dal governo non è manco parente del premierato inglese e contiene una pericolosa contraddizione: un mandato popolare più forte e poteri meno forti (perché si conserva il Presidente della Repubblica, decisamente più influente del monarca coreografico). Non ha senso. Ma quel che più preoccupa è il senso che gli si vorrebbe dare: garantire più stabilità. Si otterrebbe soltanto più rigidità, che è il contrario della stabilità e genera fragilità.

Stabile è il premierato inglese (da secoli), proprio perché se imbocca strade politicamente insulse – come la pretesa di gestire la Brexit senza pragmatismo – cade il premier, non il regno. Se invece si vara una riforma in cui non può cadere il non-premier, poi cade la Repubblica. In questo errore c’è tutta la retorica dell’“uomo solo al comando”, laddove non esiste il comando, in democrazia, ma il continuo bilanciarsi di poteri. Esiste il governo, per esercitare il quale occorre non (solo) l’investitura della laica divinità elettorale, ma la sintonia con il Paese e la realtà. Se viene meno, allora la rigidità crea crepe irrimediabili. Semplificare il complesso, facendo credere che ci sia un unico centro decisionale, serve solo a complicare sistemi costituzionali che dovrebbero essere semplici.

Oltre Manica quella roba funziona anche perché gli scontri politici sono durissimi, ma nessuno crede che l’altro cancellerà la democrazia. Da noi non è proprio così, anche perché la guerra civile l’abbiamo terminata da poco e la mimiamo di continuo. Vestire i panni altrui non fa somigliare, rende grotteschi. Se vuoi somigliare a un palestrato tartarugato non basta comprare la maglietta aderente ed elasticizzata, perché esagera la panza. Figuriamoci se le mutande altrui te le metti in testa.

Da sinistra (ultimo Franceschini) dicono che nessuno ha mai vinto i referendum confermativi. Non solo è falso – nel 2001 fu confermato il Titolo V e nel 2020 il taglio dei parlamentari, due pessime riforme – ma è anche segno di vuoto politico ricolmo di speranza che gli avversari si freghino da soli. Da destra dicono che il testo è quello e che in Parlamento non si modifica. Se volevano dare conferma di supponenza e incoscienza non potevano scegliere formula più efficace.

Difficilmente le cose iniziate male riescono a finire bene. Specie se si spera di coprire le sciocchezze enunciate alzando la voce e puntando a fare una riforma costituzionale ‘contro’ gli altri.

di Davide Giacalone

Premierato e conseguenze

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2024-05-27 19:24:26

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2025-08-04 09:50:09

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Giorgia Meloni dovrà scegliere tra pochi anni se ricandidarsi come presidente del Consiglio o puntare al Quirinale, ma succedere a Mattarella potrebbe rivelarsi un salto nel vuoto

Giorgia Meloni, più padrona che inquilina di Palazzo Chigi, potrebbe dire a buon diritto «hic manebimus optime». Mentre lei pensa all’oggi, c’è chi s’interroga sul suo domani. Che cosa mai farà da grande? Resterà al suo posto il più a lungo possibile, battendo così il record di longevità ministeriale, o punterà ancora più in alto? Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella concluderà il suo secondo settennato il 3 febbraio 2029. Meloni è nata a Roma il 15 gennaio 1977. Perciò, quando ai sensi dell’articolo 85 della Costituzione il 3 gennaio 2029 il presidente della Camera convocherà il Parlamento in seduta comune integrato dai delegati regionali per eleggere il prossimo capo dello Stato, Meloni avrà già superato i cinquant’anni e avrebbe titolo per candidarsi alla suprema magistratura dello Stato.

Sempre che, si capisce, il centrodestra a trazione Meloni vinca le elezioni politiche del 2027. Lei è la prima a non dare la cosa per scontata. Per scaramanzia, forse. Fatto sta che vorrebbe una nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza al fine di scongiurare una sconfitta a tutto vantaggio di Elly Schlein e i suoi alleati (si fa per dire). Lei, Elly, sogna di essere Biancaneve circondata dai sette nani. Ma le opposizioni sembrano fare di tutto per soccorrere il governo, sottovalutando i fenomeni della sicurezza e dell’immigrazione. Due fattori, tra loro connessi, che potrebbero essere la loro Caporetto.

Ora, ammettiamo che Giorgia Meloni si conceda il bis. Candidata alla presidenza del Consiglio in forza della futura legge elettorale della quale si discute al buio, Meloni sarebbe tenuta a restare a Palazzo Chigi. Ma davvero cova l’ambizione di succedere a Mattarella? Di sicuro non le converrebbe. Perché sarebbe presidente della Repubblica nell’ambito di una forma di governo parlamentare. È vero che la fisarmonica del Colle evocata da Giuliano Amato si è più allargata che ristretta. Poche le presidenze notarili: dall’effimero De Nicola a Leone e al primo Cossiga. Assai di più le presidenze interventiste: da Gronchi a Saragat, da Pertini al picconatore Cossiga, da Scalfaro a Napolitano. E, sulle orme di Einaudi, anche Mattarella intende trasmettere integre ai suoi successori le prerogative conferite dalla Costituzione al capo dello Stato.

Certo, Giorgia Meloni con la sua forte personalità potrebbe ‘allargarsi’. Però fino a un certo punto. Perché dovrebbe vedersela con un presidente del Consiglio che non sarà primo ministro a tutti gli effetti in quanto il premierato si affermerebbe solo a partire dal 2032, inizio della XXI legislatura. Ma in sostanza lo sarebbe ai sensi della futura legge elettorale, che prevede l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Perciò la tela costituzionale andrebbe disfatta e rifatta. Si dovrebbe smantellare il premierato, che dopotutto è stato un tempo l’obiettivo delle sinistre, e dar vita a una Repubblica semipresidenziale che nella scorsa legislatura e all’inizio di questa è stata pur sempre il cavallo di battaglia di Meloni.

Ma qui vanno fatti i conti con i referendum costituzionali, che non hanno portato fortuna né a Silvio Berlusconi né a Matteo Renzi. Stavolta andrà meglio? Sarebbe bene non azzardare previsioni. Perché in successione saremmo chiamati a esprimerci per via referendaria sulla separazione delle carriere, sul premierato e sulla Repubblica presidenziale. Un rischio, come quello di Renzi che ci lasciò le penne, moltiplicato per tre. Ma allora perché sfidare la sorte? Meloni resti a capo del governo, dove si trova a proprio agio e sta dando il meglio di sé. Del resto, non si è mai dato il caso di un immediato trasloco da Palazzo Chigi al Quirinale. Come hanno sperimentato sulla loro pelle – tra i tanti – Fanfani e Andreotti.

Un presidente della Repubblica si troverà, ma nel quadro di una forma di governo parlamentare. Anche perché il semipresidenzialismo alla francese – Macron o no – di questi tempi non sembra proprio un modello d’esportazione.

Giorgia Meloni, premierato contro presidenza

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2025-08-04 09:50:14

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