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La base di Sigonella evoca ricordi che, però, non hanno nulla a che vedere con quel che accade adesso. Anzi, per certi aspetti la realtà è capovolta

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La base di Sigonella evoca ricordi che, però, non hanno nulla a che vedere con quel che accade adesso. Anzi, per certi aspetti la realtà è capovolta

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La base di Sigonella evoca ricordi che, però, non hanno nulla a che vedere con quel che accade adesso. Anzi, per certi aspetti la realtà è capovolta

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La base di Sigonella evoca ricordi che, però, non hanno nulla a che vedere con quel che accade adesso. Anzi, per certi aspetti la realtà è capovolta: allora (il governo italiano era stato ingannato dai terroristi palestinesi, una vittima c’era eccome e noi lasciammo fuggire il capo del gruppo assassino) ci fu un contrasto con la Casa Bianca ma anche la volontà di ricucire al più presto, come effettivamente avvenne; oggi sono gli americani ad aggirare le consultazioni preventive e a supporre d’imperio che sarebbe stato loro consentito l’uso alla cieca della base, il tutto con una voglia, forse reciproca, di sottolineare il contrasto piuttosto che superarlo.

Anche lo sfondo non potrebbe essere più diverso: allora (1985) gli imperi apparivano saldi e forte la loro presa sugli equilibri internazionali; oggi appaiono potenti per eredità, ma decadenti e sbandati nella capacità operativa. Il loro scettro s’è incrinato. Sigonella è la stessa, il tema della sovranità simile, ma si tratta di mondi molto distanti.

Il dato politico è che due governi fra i più distanti – quello italiano e quello spagnolo – hanno posizioni convergenti nelle conseguenze: condividono il giudizio sull’estraneità al diritto internazionale dell’azione intrapresa dagli Usa in Iran, ma mentre gli spagnoli ne fanno discendere la negazione di basi e spazi aerei, gli italiani negano la base (Crosetto ha fatto bene) contestando le mancate consultazioni. Nella sostanza sono posizioni vicine e condivise dalla grande parte dei governi europei, salvo quelli che Meloni e la destra indicarono come propri amici. E questo è un primo dato.

Il secondo è che, tranne come sempre l’ungherese Orbán, il resto delle destre europee preferisce neanche nominare Trump e piuttosto far sapere che se ne tengono assai distanti. In testa i francesi. Il governo italiano ha invece coltivato troppo a lungo l’illusione che il trumpismo fosse leggermente meno devastante di come lo si dipingeva. E invece si rivela semmai sottovalutato nella sua determinazione a scassare ogni equilibrio europeo e a favorire Putin anche se quest’ultimo sostiene l’Iran. Un giorno si potrà ricostruire questa storia, che oggi è avvolta nell’opaco.

In queste condizioni il governo italiano non ha altra scelta razionale che quella europeista. Ma ha mancato il tempo migliore per farla esplicitamente, ha creduto furbo tenersi ai margini e ora vive la debolezza della pesante sconfitta referendaria. Contraddirsi è triste, non farlo sarà fatale.

Al di là dell’Italia, però, quello cui stiamo assistendo non è il ritorno degli imperi e della politica delle cannoniere (come in troppi s’erano affrettati a immaginare) ma il suo contrario. La Russia ha aperto la danza imperialista e si ritrova inchiodata a una sconfitta che per non essere riconosciuta come tale richiede che la guerra si trascini senza fine. In ballo non ci sono più l’espansione territoriale e il peso geopolitico, ma la sopravvivenza e il declassamento a colonia cinese.

Gli Stati Uniti sono in mano a un gruppo di aggiotatori sorretti dalla rabbia elettorale contro una classe dirigente dequalificata, epperò portatori della peggiore classe di governo che si sia mai vista. In Iran non hanno sbattuto contro la potenza militare dell’avversario, ma contro la debolezza analitica e culturale di sé stessi.

La Cina continua a crescere economicamente, ma fatica a ingranare nel crescere geopoliticamente. La sua forza consiste nel tenersi fuori dagli errori americani, ma compartecipa di quelli russi. Può attrarre nella propria orbita i Paesi molto poveri, ma da Pechino si terranno lontane le economie emergenti non dotate di analoga forza militare.

Le democrazie occidentali – negli Usa assai più che nella nostra Ue – scontano la fuga dei talenti migliori dalla politica, dando per scontate libertà e prosperità. Si sono dedicati ai denari. Legittimo, ma alla lunga suicida: o si ritrasloca il talento nella politica o il prezzo sarà più alto della ricchezza accumulata snobbandola e lasciandola ai raccontaballe.

Di Davide Giacalone

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