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inchiesta Toti

Considerazione a margine dell’inchiesta Toti

In quella tragicommedia nazionale che è rapidamente diventata l’inchiesta Toti ha rischiato di passare in secondo piano una sillaba

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Considerazione a margine dell’inchiesta Toti

In quella tragicommedia nazionale che è rapidamente diventata l’inchiesta Toti ha rischiato di passare in secondo piano una sillaba

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Considerazione a margine dell’inchiesta Toti

In quella tragicommedia nazionale che è rapidamente diventata l’inchiesta Toti ha rischiato di passare in secondo piano una sillaba

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In quella tragicommedia nazionale che è rapidamente diventata l’inchiesta Toti ha rischiato di passare in secondo piano una sillaba

Una sillaba. In quella tragicommedia nazionale che è rapidamente diventata l’inchiesta in corso sul presidente della Liguria Giovanni Toti (e con lui imprenditori vari), ha rischiato di passare in secondo piano – anzi sullo sfondo e pure fuori fuoco – una sillaba. Dice: embè? Non erano due lettere dell’alfabeto qualsiasi: da sole avrebbero potuto imprimere una direzione ben definita al corso del processo, se nessuno si fosse accorto della loro presenza ingiustificata.

Vale la pena di ricapitolare, per chi non abbia seguito le cose giudiziarie in arrivo da Genova. Durante un interrogatorio davanti alla gip, l’imprenditore Roberto Spinelli (indagato per corruzione con il padre Aldo) pronuncia questa frase: «Toti ci chiedeva finanziamenti illeciti». O meglio, sembra pronunciarla. Perché in realtà usa un aggettivo simile, ma dal significato opposto: finanziamenti «leciti». Solo che chi si sta occupando del verbale dell’interrogatorio (ne scriveremo più avanti) ha capito e trascritto «illeciti». E un termine così, in un’inchiesta così, non può che pesare moltissimo. Del fraintendimento Spinelli si accorge soltanto a posteriori, quando legge il testo integrale delle sue risposte alla gip. Sbalordito, fa subito notare il qui pro quo. Il pm – figuriamoci – tiene il punto e invoca una perizia davanti alla gip. Risultato: nuova udienza ad hoc, esame dell’audio incriminato, ragione finale che viene riconosciuta a Spinelli. In effetti aveva detto «leciti» e non «illeciti», come trascritto erroneamente.

Prima di archiviare la vicenda alla voce “Aneddoti per avvocati o magistrati alla macchinetta del caffè”, vi chiediamo di andare avanti a leggere. Perché questa storia mette insieme diversi elementi emblematici di come funziona il nostro sistema Giustizia. Alla luce dei quali si capisce bene perché è sbagliato minimizzare.

Punto primo: è vero, soprattutto se pronunciate velocemente, che certe parole si prestano a essere confuse tra loro; è per questo che la trascrizione ufficiale (redatta dal cancelliere) viene fatta leggere subito all’indagato e al suo difensore. Ebbene, sembra che in quel primo documento il passaggio relativo ai finanziamenti – leciti o illeciti che fossero – proprio non comparisse. È saltato fuori soltanto in seguito. Il motivo? La trascrizione riconosciuta come ‘testo integrale’ è realizzata non da un individuo in carne e ossa, ma da un software. Il quale però ha bisogno che ogni parola che ‘ascolta’ venga scandita con giusta dizione e volume adeguato. Scopriamo così che un indagato – nelle condizioni psicologiche in cui può trovarsi chi siede davanti a un giudice che gli contesta un reato – deve anzitutto preoccuparsi della sillabazione e dell’emissione sonora del suo eloquio, più ancora che di esporre gli argomenti a sua discolpa.

Punto secondo: che cosa sarebbe accaduto se alla difesa di Spinelli fosse sfuggita quella sillaba di troppo? In fin dei conti c’era un verbale ufficiale dell’interrogatorio (quello firmato dal cancelliere), perché mai aspettarsi brutte novità dalla trascrizione integrale della sessione di domande e risposte? Punto terzo: per chiarire la questione sillabica è stata necessaria un’udienza che si sarebbe potuta evitare. Vuol dire più costi per lo Stato, tempi allungati, stress ulteriore e gratuito per l’indagato (sempre che a qualcuno interessi). Punto quarto: ora che la fallacia del software si è mostrata in tutto il suo fulgore, impugnare le sue trascrizioni sulla base di un «Avevo detto tutt’altro» rischia di trasformarsi in comoda scappatoia per gli avvocati più smaliziati. Punto quinto: le trascrizioni (a cominciare da quelle delle intercettazioni telefoniche e ambientali) sono una questione maledettamente seria, richiedono personale altamente specializzato, formazione continua, retribuzione adeguata degli operatori, protocolli chiari e omogenei in tutto il Paese. Difficile pensare di poterle affidare a un software che s’incarta davanti a una sillaba.

di Valentino Maimone

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