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I social oggi e la televisione ieri non hanno rovinato i bambini, ma gli adulti che fanno politica e informazione

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I social oggi e la televisione ieri non hanno rovinato i bambini, ma gli adulti che fanno politica e informazione. Il tempo che si passa appiccicati a un terminale – che sia sopra a un mobile o lo si tenga in mano – ha molto a che vedere con il valore del proprio tempo e, per i ragazzini, con il tempo che i genitori dedicano loro per insegnare e proibire. Il grosso del problema collettivo non è il tempo, ma il contenuto. È impedire che la scelta del cosa e del come sia in poche mani e che si crei un cartello che distorce la competizione. E con quella la libertà che rende tutti più ricchi. Per questo il discorso di Vance fatto l’anno scorso a Monaco, quando venne a dare lezioni di libertà di parola, è ripugnante.

Vale la pena di parlare oggi di mercato e senso dell’informazione, visto che ieri i giornalisti hanno fatto sciopero. Devo avvertire che non ho mai fatto il giornalista per professione, forse mi sarebbe piaciuto, ma non sono stato all’altezza e nessuno ha supposto d’assumermi. Devo anche far saper che ho pagato tutta la vita i contributi all’Inps, che ha dovuto assorbire la cassa previdenziale dei giornalisti che non si reggeva in piedi, anche perché sfiancata dai prepensionamenti (per 66 milioni di euro solo fra il 2024 e il 2026) con cui si sono finanziati gli editori che già si finanziavano, sicché come contribuente fiscale e previdenziale ho concorso a elargire. E si sappia che sono anche favorevole allo scioglimento dell’Ordine dei giornalisti, di cui mi sfuggono funzione e utilità.

Coltivate codeste simpatie, torniamo ai giornalisti che scioperano. Qualcuno conosce il perché? Dicono: il rinnovo contrattuale. Ma non significa niente. In compenso pubblicano le motivazioni in riquadri e con uno stile che li fa somigliare a prolissi annunci mortuari. Affiancati dal pari cordoglio degli editori. Se volevano dare un esempio di come non si comunica, questo è magistrale.

Il fatto è che i giornali sono importantissimi e noi ne facciamo uno con passione. È vitale l’informazione che aiuti a pensare e non ad aizzare, sicché ci si potrebbe chiedere quanti ritengono di avere assolto a questo compito. Ma nulla potrà distrarre dal fatto che, in dieci anni, le copie vendute sono passate da 2,5 milioni di copie a 1 milione. Il che ha fatto risparmiare i soldi per la carta. Nulla potrà cancellare le edicole che diminuiscono e quelle che resistono trasformate in bazar. Nessuno farà tornare il tempo perduto e a me far ricrescere i capelli. Fin qui non si è riusciti a trovare un modello di produzione che sia meno terribilmente disfunzionale di quello in uso, ma anche in estinzione.

Per quanto… la differenza fra un quotidiano e un sito d’informazione e pettegolezzi sta nel fatto che il secondo arriva di sicuro prima, ma il primo può (dovrebbe) offrire una lettura dei fatti, un modo per leggere il mondo. La qualità (e i quattrini) sta in questo. La lettura digitale dell’impaginato è uno strumento molto utile, ma che ribalta il modello di finanziamento. Inoltre funziona con quei terminali che si vorrebbero proibire. Se avessi un nipote che legge un quotidiano sul tablet, sullo smartphone o al computer vigilerei a che non sia disturbato: non gli chiederei certo di smettere.

E si torna a bomba: il problema è che quei ‘nuovi media’ hanno creato dipendenza egolatrica negli adulti e offerto tutti alla dipendenza da pochissimi editori, pingui di rendite monopoliste e che manco ammettono d’essere editori. Quello è il problema politico, non il giocare alle piccole Montessori. Ma mi ritrovo a sperare nei nativi digitali, in buona parte vaccinati dal digivirus. Per il resto c’è una politica che si disputa i posti in Rai – cui fornisce i soldi non per tutelare il pluralismo, ma per deprimere il mercato pubblicitario – e ancora misura la par condicio e crede nel silenzio elettorale: «Wilma, dammi la clava!». Aridatece Gutenberg (dei cui caratteri mobili si disse che avrebbero corrotto il mondo e nuociuto alla vista, come altre attività manuali).

Di Davide Giacalone

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