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La mente del tiranno

Vladimir Putin è l’autentico ritratto di un tiranno che segna una nuova parte di storia, forse già prevista.

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L’immagine pubblica di Putin è decisamente controversa. C’è chi ama etichettarlo come un pazzo lunatico, sostenendo un’estrema semplificazione che gioca a favore di schieramenti politici e morali, dell’odio cosmico che ormai si riversa sulla sua persona.

E c’è chi lo descrive come uno scaltro calcolatore, ex spia sovietica (un dato di fatto), impenetrabile e manipolatorio, che ha saputo guadagnarsi il potere assoluto attraverso un’abile strategia di scalata politica. Da una parte Putin sarebbe imprevedibile, animato da un folle delirio di onnipotenza, dall’altro avrebbe già pianificato, come un eccellente scacchista, tutte le mosse di quello che è già un conflitto di portata mondiale.

Putin è la coazione a ripetere della Storia che, a partire dal XX secolo, ha prodotto al posto di visioni politiche una collezione di personaggi che sembrano usciti dalla sceneggiatura di una serie tv: il primo potente nero, amato dalla gente; il lobbysta con la moglie bellissima che diventa presidente, il papa vicino al popolo; l’estremista nascosto nel deserto. Mancava ormai da tempo, nella trama, l’eterno ritorno del vero cattivo.

A quest’uomo non si addice però il ruolo di antagonista, dormiente ma pronto a sferrare il suo attacco dopo anni di meticolosa preparazione. È necessario approfondire ciò che accomuna le diverse visioni dell’uomo Putin, l’attrazione magnetica che esercita la sua persona, la sensazione di essere di fronte a un enigma indecifrabile. Forse il minimo comune denominatore è proprio quel carisma, in grado di provocare una serpeggiante inquietudine, che lo accompagna in ogni apparizione pubblica. La capacità di manifestarsi come non-uomo, distante anni luce da ciò che caratterizza – aldilà di sentimenti e status – tutti gli esseri umani: la dimensione del dubbio.

Colpiscono quegli occhi senza sguardo, quel viso squadrato e la compostezza rigida e serafica di spalle e braccia, che trasmettono con immediatezza determinazione e solido autocontrollo. Le sparute emozioni che trapelano sembrano espressioni codificate in base alla circostanza. Esattamente come un bambino reagisce di fronte a un adulto, a un padre che non può essere spodestato dal piedistallo, Putin spinge l’altro a dubitare di sé, delle proprie mosse e azioni, pena le conseguenze determinate da una verità che non ammette dubbi né tantomeno opposizioni.

Putin consente – in questo mondo cosmopolita dalle mille, false possibilità – di scotomizzare ogni alternativa e affidarsi a un unico, seppur insidioso, paternalistico grembo. Esercita lo stesso ipnotico incanto di una belva feroce che sonnecchia al sole, fissandoti negli occhi: l’irresistibile voglia di accostarsi è pari solo alla netta consapevolezza che potrebbe improvvisamente attaccare, mossa chissà se dalla fame o dalla necessità di autoaffermazione. Lo chiamiamo istinto, arcaico e primordiale, attribuendogli una sorta di giustificazione naturale, comprendendolo come un elemento che fa parte dell’ordine delle cose.

Putin ha saputo emergere attraverso l’ammaliante capacità di essere sempre uguale a sé stesso. Tutto ciò che ne deriva è il modo attraverso cui sostanzia, estrinseca e agisce nel mondo la sua autodeterminazione. Senza porsi alcun dubbio, essendo ciò che è e fagocitando l’altro in una dimensione identitaria collettiva. Ma i bambini crescono sempre. E gli idoli, così come i genitori, vanno incontro al crepuscolo.

di Nadia Cattaneo

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