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La Russia che fu di Mikhail Gorbaciov

Difficile spiegare oggi a un ragazzo nato e cresciuto senza il Muro e senza l’incubo nucleare, cosa abbia significato la figura di Gorbaciov: l’uomo della speranza, della pace.

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Era il 1985 e Sting cantava «the Russians love their children too», augurandosi che anche i russi amassero i loro bambini. Vero e proprio manifesto in musica delle paure e delle incertezze legate ai decenni della Guerra fredda, un’idea del popolo russo sovrapposto plasticamente alle politiche di una leadership incartapecorita e ormai avulsa dalla realtà (mentre pochi popoli, in realtà, hanno un’atavica venerazione per i pupi come quello russo). Quando uscì la canzone “Russians” di Sting, da otto mesi era già segretario del Partito comunista sovietico Mikail Gorbaciov, non ancora divenuto l’ammirato e leggendario “Gorby” dell’opinione pubblica occidentale. Da lì a pochi anni, colui che sarebbe stato l’ultimo leader sovietico impose un’accelerazione impensabile al dialogo fra Est e Ovest, trasformandosi in un baleno in vera e propria icona in Occidente. A dirla tutta, quanto più in patria aumentavano dubbi e resistenze sull’applicabilità di glasnost e perestrojka, tanto più sul fronte opposto cresceva a dismisura la sua popolarità.

È difficile spiegare oggi a un ragazzo nato e cresciuto senza il Muro e senza l’incubo nucleare – almeno sino ai tragici e assurdi fatti di questi giorni – cosa abbia significato per la nostra generazione Gorbaciov. L’uomo della speranza, l’uomo della pace, il leader sovietico felice di mostrare il suo amore incondizionato per la moglie Raissa, il segretario generale del Pcus pronto a stringere la mano di Ronald Reagan, che aveva definito il suo Paese «l’impero del male», facendo ‘scoppiare la pace’. Così titolarono i giornali dell’epoca, increduli che stesse accadendo sul serio.

Tentennò molto ed ebbe rilevanti responsabilità nel non valutare e reagire per tempo alle inevitabili resistenze della società russa al suo programma di emancipazione dal cupo giogo dell’era Breznev. Il suo stesso progetto era minato alle fondamenta dall’impossibilità di adattare un sistema marcio come quello sovietico a un confuso embrione di democrazia e libertà, per quanto sinceramente ipotizzato da Gorbaciov. Non poteva funzionare e non funzionò, innescando il fatale processo autodistruttivo dell’Urss. Ancora oggi non è chiarissimo quanto seppe ‘leggere’ il fallito golpe del 1991 che decretò la sua fine, l’ascesa di Boris Eltsin e il dissolvimento dell’Unione Sovietica. 

Di sicuro a lui dobbiamo la caduta del Muro: fu lui a decidere di non muovere un dito, mentre i falchi di ogni risma – compreso un oscuro tenente colonnello di stanza a Dresda di nome Vladimir Putin – chiedevano di far muovere i carri armati. Fu lui ad accettare il dissolvimento della cortina di ferro, assistendo senza reagire alla folla che dava l’assalto ai checkpoint di Berlino e distruggeva letteralmente pezzo dopo pezzo il simbolo della Guerra fredda. Per tutto questo, non può certo sorprendere che a tutt’oggi ‘Gorby’ sia amatissimo e per certi aspetti venerato in Occidente e sostanzialmente dimenticato in patria. Per tanti russi le sue scelte furono alla base di una disgregazione violenta e del decennio di follie successivo alla caduta dell’Urss. Oggi il 91enne Michael Gorbaciov tace, non si registra alcuna sua presa di posizione sulla guerra scatenata in Ucraina dallo zar.

Ricordare la figura della perestrojka, l’uomo-chiave per la fine della Guerra fredda, è però tutt’altro che un esercizio accademico, ora che si può cadere nell’errore di sovrapporre senza riflettere Putin alla Russia e viceversa. Pur con tutti i suoi limiti, Mikail Gorbaciov ha cambiato la nostra vita, l’Occidente lavori per trovare non un nuovo ‘Gorby’ (la Storia non si ripete) ma una leadership che sappia andare oltre la visione imperialista di Putin, che vorrebbe riportare indietro l’orologio del mondo.

di Fulvio Giuliani

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