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La vera partita

L’orizzonte dei leader. Matteo Salvini, ancora una volta, è andato a sbattere su Mario Draghi; qualunque leader, ora come ora, si infrangerebbe sul Presidente del Consiglio. Quella della Lega, però, rimane una faccenda interna al partito, niente che possa veramente incidere sul lavoro dell’esecutivo.

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Matteo Salvini è andato a sbattere, ancora una volta, su Mario Draghi e su un governo estraneo al modo di fare politica (e di partecipare alle fortune e sfortune degli esecutivi) degli ultimi vent’anni. Lettura non originale, ce ne rendiamo conto, ma se il martedì diserti il Consiglio dei ministri minacciando fuoco e fiamme e il mercoledì inneggi al presidente del Consiglio e al suo governo non puoi che pagare dazio in termini di immagine e di valore politico delle tue mosse.

Questa, però, resta una faccenda tutta interna alla Lega. La débâcle elettorale alle amministrative, che segue una serie infinita di retromarce salviniane sui temi posti in agenda dal governo, ha esasperato le tensioni fra il leader e le anime sbrigativamente definite ‘governiste’ del partito. Ci interessa, ma fino a certo punto. Perché su Draghi ha sbattuto Salvini, ma oggi si infrangerebbe qualsiasi leader. Gli spazi di manovra sono talmente risicati e le opzioni così obbligate che solo un calcolo vagamente autolesionista può spingere ad attaccare a testa bassa il capo del governo.

Molto più rilevante la lezione da trarre dalle scarne parole dello stesso Draghi, quando ricorda che l’esecutivo non segue il «calendario elettorale». La traduzione è: Palazzo Chigi non va coinvolto in una tornata di elezioni amministrative, perché nell’urna non andavano valutati e scelti temi di interesse e competenza del governo centrale. Scatenare cataclismi dopo l’elezione di un numero magari limitato di sindaci o presidenti di Regione rispondeva (risponde?) alle esigenze di un certo modo di cercare il consenso.

Draghi, in definitiva, ha ricordato che il suo orizzonte resta sempre lo stesso, quello che lo ha portato alla convocazione da parte del presidente della Repubblica e alla formazione di un governo di tutti e quindi di nessuno. Un’anomalia dichiarata che ora ha un grosso problema: il suo stesso successo e un consenso popolare che si avvia a percentuali bulgare. Una politica assuefatta al corto respiro non può che soffrirne.

Chi osserva non deve cadere nello stesso errore: commentare e pesare le parole del capo del governo nell’ottica del singolo obiettivo. Peggio, della polemica dichiarata contro x o y. La bussola di Draghi, ipse dixit, resta il Pnrr. L’acronimo è orrido, ma il senso chiarissimo: l’azionista di maggioranza dell’esecutivo è l’accordo con l’Europa e l’orizzonte, di conseguenza, non può certo essere quello dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. È giornalisticamente succoso imbastire un’inesistente derby Salvini-Draghi, ma parliamo di fuffa. La partita è un’altra e ai leader della maggioranza – nessuno escluso – resta solo la scelta di volerla giocare oppure no.

 

di Fulvio Giuliani

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