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L’argine

Le affermazioni di ingerenza della Polonia dall’Unione Europea riguardano tutti i Paesi membri. La credibilità di un’istituzione è fondamentale per batter moneta.

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C’è un argine che non deve saltare. Che semmai va rafforzato. Non è una questione di retorica europeista, ma una faccenda d’interessi concreti e immediati. Certo, con sullo sfondo un ideale. È bene che l’opinione pubblica abbia le informazioni e gli strumenti per potere giudicare, anche su questioni come il patto di stabilità o lo scontro apertosi con la Polonia. Perché sono cose che ci riguardano direttamente.

Siamo il Paese europeo con il più alto debito pubblico, in percentuale sul Prodotto interno lordo ci batte solo la Grecia, che non è certo una potenza industriale. Come noi invece siamo. A proposito, le nostre esportazioni si apprestano a superare ancora la soglia dei 500 miliardi di euro. Bene. Nel 1993, prima dell’euro (il cui primo nome fu “Ecu”, scudo), quando il debito era più basso ci costava 12 punti di Pil, oggi è più alto e ce ne costa poco più di 3. Non è merito nostro, ma della politica monetaria della Banca centrale europea e dello scudo, dell’argine elevato dalle istituzioni europee. Questo, però, non significa affatto che sarà sempre così. Prima della pandemia, in via teorica, eravamo tenuti a rientrare di un ventesimo l’anno, per venti anni, del debito pubblico eccedente il 60% del Pil. Significa che non solo non avremmo mai dovuto fare deficit, ma costantemente surplus. Impossibile. Ora i debiti sono più alti per tutti e si discute di cosa accadrà dal primo gennaio del 2023, quando il patto di stabilità, ovvero l’ordine nei conti, non sarà più sospeso per far fronte alla devastazione del virus. Per noi è materia vitale.

Sappiamo che il debito deve scendere. È escluso il contrario. Lo sforzo è quello di farlo scendere, in rapporto al Pil, facendo crescere quest’ultimo. In altre parole: facendo crescere la ricchezza prodotta si fa scendere il peso del debito. Epperò noi veniamo da venti e più anni in cui siamo cresciuti meno della media europea. Praticamente un ventennio perso. Per agguantare quel risultato, quindi, si deve saper cambiare, riformare. Intanto ascoltando quel che, ancora ieri, ha ricordato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: i debiti si fanno per investire e creare ricchezza, non per finanziare spesa corrente. Non ci si indebita per dare bonuso pensioni. Brutto da dirsi? Assai peggio da farsi. Questa è la ragione per cui il governo non può cedere o concedere: non riusciremmo mai a spiegare perché spendiamo soldi favoriti dallo scudo europeo per riuscire a lavorare meno di quanti s’affannano a fortificarlo. Improponibile. Ma c’è di più: diseducativo, fuorviante, ingannevole. Un imbroglio che taluno continua a sperare di far passare.

In Germania (ne parliamo nelle pagine interne, a proposito di Weidmann) ci fu chi provò a opporsi alla Bce, fino a ricorrere alla Corte costituzionale. Fallì perché prevalse la Corte di giustizia europea. La regola non vale solo con i deboli, valse con il più forte. Oggi è vitale impedire alla Polonia di fare quel che s’impedì di fare alla Germania perché, altrimenti, viene giù tutto: istituzioni non credibili non possono battere credibile moneta. E, per noi, tornare alla situazione del 1993 significherebbe fare bancarotta. I polacchi sono fratelli europei, liberati dal giogo comunista con il crollo dell’Unione Sovietica. Il loro avvenire migliore è in Unione europea. Il loro passato ha spesso trovato nei militari gli interpreti della possibile sovranità: dal maresciallo Piłsudski al generale Jaruzelski. Le loro scelte politiche oggi, finalmente, sono affari loro. Ma il rispetto delle regole no, non sono affari solo loro, sono anche di tutti gli altri europei. Infrangerle sgretola l’argine.

Dietro a quello si può costruire molto, come molto si è fin qui costruito. Senza quello si è in balia di forze capaci di cancellare qualsiasi sovranità. Non conviene ai polacchi, non conviene a noi, non conviene a nessuno. Che convenga a qualche demagogo nazionalista sostenere il contrario è buon motivo per metterlo in evidenza e chiedere al popolo di fermarlo. O condividerne la malasorte.

di Davide Giacalone 

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