Nelle ultime settimane, invece che sulle misure per contenere l’infezione da Covid, il chiacchiericcio a cui ormai ci hanno abituato i partiti si è spostato su Draghi: se è meglio che si trasferisca alla Presidenza della Repubblica o resti al governo, magari ancora solo fino al 2023. Sollecitato più volte a dire la sua, Draghi ne ha parlato solo nella conferenza stampa di fine anno, lasciando intendere, in sostanza, che avrebbe seguito le volontà espresse dal Parlamento. E quindi, che avrebbe continuato a servire la Repubblica anche da semplice cittadino. Da persona accorta qual è, non avrebbe potuto dire altro.
Ma ecco che immediatamente si è sollevato un cicaleccio col quale i partiti, ovviamente in misura diversa ma sostanzialmente uniforme, hanno espresso valutazioni più o meno infastidite. La pretestuosità della maggior parte delle critiche ha forse solo svelato la verità che si cela dietro di esse: il presidente del Consiglio viene percepito come un corpo estraneo dai vari partiti che ne sorreggono il governo. Basti pensare che con lui ancora a Palazzo Chigi si arriverebbe certamente alla completa ristrutturazione di quel colabrodo finanziario italiano che raggruppa reddito di cittadinanza, Quota 100 e Superbonus 110%. E questo porterebbe alla perdita di consensi troppo rilevanti per coloro che ne sono stati gli originari autori e ne restano i difensori a oltranza. Inoltre Draghi, agli occhi dell’Europa e dei mercati finanziari, è il vero garante dell’attuazione delle riforme legate al Pnrr, mentre ben pochi degli attuali leader politici hanno prestigio e autorevolezza paragonabili. E infine: sovrintendere direttamente alla spesa di una torta da 200 miliardi di euro è forse ritenuta occasione troppo ghiotta per lasciarne la gestione in mano a dei tecnici.
Il rischio vero per l’Italia, insomma, è che le forze politiche vivano l’attività del governo, che pure in larga parte sorreggono, come un loro commissariamento. Se così fosse, complice la prossima elezione del presidente della Repubblica, potrebbero essere indotte a liberarsi definitivamente del presidente del Consiglio. Per il bene del nostro Paese, voglio sperare che le forze politiche – non solo sino al 2023, ma anche per dopo – mantengano quella capacità di collaborazione che, sebbene con alcuni cedimenti, hanno sinora saputo dimostrare.
di Nicola Rocco
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