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L’Ue nella terra dei canguri

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Tra tensioni globali e guerre commerciali, l’Unione Europea punta su nuovi accordi per rafforzare crescita, export e relazioni internazionali nell’Indo-Pacifico

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L’Ue nella terra dei canguri

Tra tensioni globali e guerre commerciali, l’Unione Europea punta su nuovi accordi per rafforzare crescita, export e relazioni internazionali nell’Indo-Pacifico

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L’Ue nella terra dei canguri

Tra tensioni globali e guerre commerciali, l’Unione Europea punta su nuovi accordi per rafforzare crescita, export e relazioni internazionali nell’Indo-Pacifico

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La politica dei prepotenti e delle invasioni fa rumore, occupa le prime pagine dei giornali e amplifica l’ego dei settantenni che governano le superpotenze del mondo. C’è poi un’altra politica che mira a costruire rapporti paritari, con vantaggi reciproci, e a rafforzare l’ormai desueto ordine internazionale. È la politica che i movimenti populisti hanno delegittimato per anni, quella dei “grigi burocrati di Bruxelles”, ma di cui oggi abbiamo più bisogno che mai. Il 24 marzo, a Canberra, Ursula von der Leyen ha siglato con il primo ministro australiano Anthony Albanese un accordo commerciale di libero scambio tra Ue e Australia atteso da otto anni.

Le imprese dell’Ue hanno esportato in Australia 37 miliardi di euro di beni nel 2025 e 31 miliardi di euro di servizi nel 2024. Con questo accordo tutti i dazi commerciali tra i due Paesi saranno eliminati (a eccezione di quelli esistenti nel settore siderurgico), abolendo così una barriera che alle imprese europee costa un miliardo di euro l’anno. L’accordo rende più facile vendere servizi in Australia, da quelli professionali alle telecomunicazioni, dal trasporto marittimo alla finanza; tutela gli investitori Ue da trattamenti discriminatori e apre ulteriormente il mercato degli appalti pubblici australiani. C’è poi un capitolo dedicato alle piccole e medie imprese – che spesso sono quelle che soffrono di più la burocrazia e i costi dell’export – e persino una quota di mobilità per i settori innovativi, fino a 3mila ricercatori e ingegneri tirocinanti all’anno.

Come sempre quando Bruxelles firma un accordo commerciale, il punto più delicato riguarda gli agricoltori. Ed è qui che la Commissione prova a rassicurare. Da un lato l’Ue rivendica un surplus agroalimentare con l’Australia di 2,3 miliardi di euro nel 2024 e promette nuove opportunità per i prodotti europei più forti: vino e spumante (che entreranno a dazio zero fin dal primo giorno) ma anche formaggi, cioccolato, dolciumi, gelati, ortofrutta e trasformati alimentari.

Dall’altro lato ha blindato i comparti più sensibili con quote molto contenute e un’introduzione graduale. Ad esempio, per le carni bovine il contingente totale sarà pari a circa lo 0,5% del consumo europeo. A questo si aggiungono clausole di salvaguardia: se le importazioni dovessero provocare danni seri ai produttori europei, l’Ue potrà intervenire con misure temporanee di protezione.

Vi è poi un aspetto che in Italia pesa moltissimo, toccando non soltanto l’economia ma la nostra stessa identità: quello della difesa dei marchi e dei prodotti tipici europei. L’accordo punta a tutelare 165 indicazioni geografiche europee per prodotti agricoli e alimentari e altre 231 per le bevande alcoliche. Sul vino la tutela sarà ancora più ampia: l’intesa aggiornata copre oltre 1.600 denominazioni europee.

L’Australia non è soltanto un mercato da 1,7 trilioni di euro di Pil ma anche una porta d’ingresso nell’Indo-Pacifico, l’area in cui oggi si concentra la crescita globale. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, oltre il 60% della crescita del Pil mondiale nei prossimi anni arriverà proprio da questa regione. Paesi come India, Indonesia, Vietnam e le economie dell’Asean registrano tassi di crescita annui tra il 5 e il 7%, ben superiori a quelli europei.

Questo accordo arriva dopo quelli sottoscritti con gli “Stan” (i Paesi dell’Asia centrale e meridionale), con il Sudafrica e con l’India. Ed è il segnale importante di un’Unione Europea che nel solco del Rapporto Draghi cerca di svincolarsi dalla dipendenza da Stati Uniti, Cina e Russia, costruendo una competitività europea fondata su rapporti paritari e non sulla prevaricazione.

Di Giulio Albano

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