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Manilordi

Un paese che mente a sé stesso su sé stesso da sempre come poteva non farlo anche su i trent’anni dall’inizio di Mani Pulite? Cinque punti per non concedere nulla al luogocomunismo di comodo.

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La celebrazione è stucchevole, ipocrita e mendace. Un Paese che ricorrentemente mente a sé stesso su sé stesso, per non fare i conti con quel che è stato e non cimentarsi con quel che è. Lo si è fatto con il Risorgimento, con il fascismo, con la Resistenza, cosa volete che sia farlo con i trascurabili 30 anni dall’inizio di Mani Pulite. 30 anni di manipulitismo un tanto al chilo. Solo cinque punti, per nulla concedere al luogocomunismo di comodo. La storia è ben più lunga.

  1. La classe politica che fu fatta fuori non era innocente, aveva una colpa enorme, che nulla aveva a che vedere con l’oggetto delle indagini: non aveva capito il 1989, la fine della Guerra fredda. Non aveva capito che il mondo sarebbe cambiato, oltretutto in meglio. Che le trincee del giorno prima non sarebbero state quelle del giorno appresso. Pensò di continuare nell’andazzo, solo festeggiando qualche confine caduto. E questa, davanti alla Storia, è una colpa enorme.
  2. Il sistema del finanziamento dei partiti era strettamente legato alla trincea del giorno prima. Il Partito comunista italiano riceveva finanziamenti illeciti da una potenza nemica dell’Italia. Li riceveva in dollari e li cambiava in Vaticano (leggere Armando Cossutta). Era una delle conseguenze di Yalta. Così come era una burla per scemi supporre che i comunisti si finanziassero vendendo salamelle, lo era anche supporre che i partiti che facevano capo all’Alleanza Atlantica si finanziassero con i contributi degli iscritti e i quattro soldi del finanziamento pubblico. Così come i comunisti prendevano tangenti nell’interscambio con l’Est, gli altri prendevano finanziamenti dall’industria nazionale (decisamente meglio che da potenze straniere). Né poteva essere diversamente.

Quella realtà, cui l’Italia deve molto del suo lungo arricchimento, non basta a celare l’allentamento dei freni morali. La raccolta e gestione dei denari – per loro natura occulti, quindi sottraibili a piacimento – era affidata ai più onesti e meno appariscenti, mentre, da un certo punto in poi, anche a causa della personalizzazione dello scontro politico, finì anche nelle mani di appariscenti profittatori. Peraltro i soli a non aver subìto alcun danno d’immagine, visto che l’onore era l’ultima delle loro preoccupazioni: sparirono con la pecunia.

  1. Le inchieste furono un’operazione politica? Taluni ex magistrati ne reclamano le prove, dimostrando un candore commovente. Fu un’operazione politica, ma mica da loro concepita. Loro furono solo gli strumenti. Le condizioni politiche delle inchieste (plurale, perché cominciarono subito a contendersi i cadaveri) erano state poste dal 1989. La sollecitazione profonda venne da una parte del mondo produttivo, ex pagatore di tangenti. L’idea era quella di liberarsi del mondo politico. Non per averne uno migliore, che nessuno considerava tali i ruderi del Pds o la meschina macchina avvoltoia di Achille Occhetto, ma per non averne nessuno.

L’Italia era ricchissima e c’era di che gioirne. Ripercorrete la storia di Telecom Italia e troverete un bottino che supera la somma di tutte le tangenti pagate dal 1948 al 1992. Con distruzione dell’azienda, al contrario del passato.

Le Procure erano consapevoli di ciò? Erano ubriache d’applausi e di leccature giornalistiche, a cura dei medesimi che pagavano le tangenti. Epperò neanche le Procure sono innocenti e, in tal senso, resti nella memoria il miliardo di lire portato da Raul Gardini a Botteghe Oscure, sede del Pci: si sa che entrò, ma l’inchiesta si fermò al non sapere dove si recò. Ridicolerrimo. Per qualsiasi altro partito avrebbero arrestato l’intero edificio.

  1. L’esito complessivo è assai mesto, in linea con la meschinità del concepimento: s’è distrutta la politica; s’è smandrappata la giustizia, gettandola nell’autogestita cloaca che potete leggere in Palamara; si sono terremotate le istituzioni. S’è promossa una pletora di arruffapopolo senza arte né parte, alimentando faziosità senza lo straccio di un’idea. Il resto lo vedete.
  2. Leggo che quel giornalista si pente d’averci inzuppato il pane e quell’altro s’addolora perché la rivoluzione promessa fu omessa. Poveracci. Andrea Pamparana, che di quella stagione fu protagonista, su queste pagine ha avuto il coraggio della chiarezza: siamo stati strumento dell’accusa, senza alcun spirito critico. Passacarte che s’atteggiavano a eroi. Copisti che s’immaginarono scrittori. I poveracci s’allineano al costume nazionale: atto di contrizione per non doverne fare uno di sincerità.

Fine. Ci vediamo al quarantennale, quando la memoria sarà ancora più sbiadita, il luogocomunismo sarà entrato nei libri di testo e il trasformismo sarà una selezione naturale. Mortis causa.

di Davide Giacalone

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