L’Italia non è il solo Paese il cui governo è retto da una maggioranza composta da partiti avversari. Ma si è raccontato agli elettori che spetta a loro scegliere chi governa e che siamo un sistema maggioritario. Bugie. Occorre rimediare.
L’indirizzo politico del governo è stabilito, come previsto dalla Costituzione (art. 95), dal presidente del Consiglio. Il governo è nella piena legittimità costituzionale perché ha (art. 94) la fiducia delle Camere. L’anomalia non è affatto costituzionale, ma politica: i partiti che compongono la maggioranza hanno dei ministri, ma oltre a detestarsi fra loro nessuno esprime il presidente, che, venendo dall’esterno, modella la linea e la tiene salda. Nel pieno rispetto della Costituzione, pertanto, si realizza una bancarotta della politica e una sorta di sua surroga, per non dire commissariamento. Chi pensa di superare questa condizione semplicemente traslocando il presidente del Consiglio al Quirinale è un incosciente, perché se si porta al Colle più alto il baricentro della politica governativa si scassa la Costituzione. Si può anche eleggerlo, certo, ma per evitare pericoli si deve prima fare quel che la politica non sembra disposta a fare: cambiare.
Siamo al capolinea di un lungo disfacimento. Supponendo di prosciugare il partitismo s’è aperta la porta a un imbarazzante trasformismo. In questo modo s’è divelto il cardine del preteso maggioritario. Perché mentre il sistema proporzionale favorisce la rappresentanza delle forze minori, comportando poi governi di coalizione, il maggioritario serve a rendere maggioranza parlamentare chi prende più voti, anche se non raggiunge la maggioranza assoluta. L’elettore, quindi, vota e determina la vittoria, da cui discende il governo. Non ha funzionato perché i partiti hanno barato creando coalizioni disomogenee, utili a vincere e incapaci di governare, in preda alle minoranze estreme. Hanno trasformato il maggioritario in un minoritario, consegnandosi ai ricatti e alla debolezza. Quando il trasformismo è divenuto parossistico è arrivato il commissario, un pelo prima della catastrofe.
Pur restando differenti e avversarie, se hanno sale in zucca, le forze politiche, o almeno le ragionevoli fra quelle, s’accorgano d’avere un interesse comune: il riordino della rappresentanza, in coerenza con il modello costituzionale. L’alternativa non è che vinca questo o quello, ma che spariscano tutti, fino a far collassare il sistema. A sinistra non s’illudano d’avere vinto le amministrative, perché è la destra che le ha perse. A destra non s’illudano che sia stato un problema di candidati, è folle la linea politica. Hanno un bisogno collettivo di rifondarsi. Farlo in un clima riCostituente non sarebbe un cedimento agli ‘altri’, ma quel che suggerisce la ragione.
di Davide Giacalone
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