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Non si fanno più processi ai nazisti

La Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha dichiarato inviolabile il principio di immunità giurisdizionale di ogni singolo Stato, per questo motivo, non è più possibile svolgere processi per crimini di guerra nazisti avvenuti nel nostro Paese.

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Sono trascorsi dieci anni dalle ultime due sentenze emesse da tribunali militari italiani contro le stragi naziste compiute nel 1944 dall’esercito di occupazione tedesco in Italia. Nel primo caso il tribunale di Roma, con sentenza del settembre 2011 condannava all’ergastolo (in contumacia) tre ex ufficiali della 26ma Panzedivision Wehrmacht per l’eccidio di 175 vittime civili nel Padule di Fucecchio. Nell’altro, ad appena un mese di distanza, il tribunale di Verona emetteva uguale verdetto di condanna contro sei ex ufficiali ancora in vita appartenenti alla famigerata Divisione Hermann Goering, responsabile di una di una lunga, brutale e sanguinosa catena di rappresaglie contro i civili sul versante degli Appennini tosco-emiliani.

La ragione per la quale da un decennio a questa parte non è più stato possibile svolgere altri processi per crimini di guerra nazisti avvenuti nel nostro Paese è dovuta al fatto che in data 20 febbraio 2012 la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, accogliendo il ricorso avanzato dalla Repubblica federale tedesca, ha giudicato l’Italia «responsabile di aver violato l’immunità giurisdizionale di cui gode la Germania in virtù del diritto internazionale». La sentenza – che sanciva inoltre il divieto ai tribunali italiani ad aprire nuovi processi contro la Germania per altri simili crimini di guerra e giudicava, in virtù del principio di giurisdizione, prive di effetto tutte le sentenze pregresse adottate nel nostro Paese – non fu deliberata all’unanimità. Il giudice Trindade, pur accogliendo quest’ultima richiesta, espresse parere contrario riguardo agli altri capi della sentenza; i giudici Gaja e Yusif riconobbero, invece, il diritto dell’Italia ad aver aperto procedimenti giudiziari basati sulla violazione di diritti umani. Vi è inoltre da dire che in sessanta e più anni i tribunali militari tedeschi non hanno mai proceduto, salvo pochissimi casi, ad allestire processi per i crimini di guerra compiuti dalla Wehrmacht nel nostro Paese.

Ma al di là di tutto questo, l’aspetto più doloroso di quella sentenza resta ancor oggi il fatto che la Corte di giustizia dell’Aja abbia respinto perfino la richiesta, avanzata dall’Italia, di condannare la Germania al risarcimento dei danni in favore delle vittime per i crimini di guerra nazisti compiuti in Italia dal 1943 al 1945. In compenso i giudici dell’Aja hanno invitato Italia e Germania, in quanto Stati di diritto, a «negoziare direttamente tra loro tali indennizzi per le vittime di guerra e i loro famigliari». Si tratta di una formula che non ha chiuso né sembra destinata a chiudere una volta per tutte un contenzioso che dura ormai da oltre mezzo secolo. Come già detto allora da Marco De Paolis – il procuratore militare che dai tempi della scoperta del cosiddetto ‘armadio della vergogna’ ha portato a termine decine di processi per crimini nazisti – non si può, infatti, pensare che una sentenza possa rimarginare una ferita profonda come quella che ancor oggi segna i numerosi parenti delle vittime di quelle stragi.

Aggiungerei che in un’epoca come la nostra, di fronte a crimini di guerra contro i civili equiparabili a crimini contro l’umanità, il richiamo all’inviolabilità del principio di immunità giurisdizionale di un singolo Stato appare sempre più difficile da sostenere, come hanno dimostrato gli interventi armati dell’Onu nelle guerre contro i civili in Iraq, Serbia e Libia.

di Vasco Ferretti

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