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title: "La politica estera dovrà essere l&#8217;ago della bilancia nelle elezioni"
description: "L'elemento più determinante nella caduta del governo Draghi è stata la politica estera: una parte della politica italiana non avrebbe voluto mostrare così tanta avversione a Putin."
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date: 2022-07-27
author: Carlo Fusi
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/politica/politica-estera-vero-motivo-della-caduta-del-governo-draghi/
categories: [Politica]
tags: [Evidenza, NATO, politica, russia]
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# La politica estera dovrà essere l&#8217;ago della bilancia nelle elezioni

![politica estera](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/07/Evidenza-sito-17-1.jpg)

L'elemento più determinante nella caduta del governo Draghi è la politica estera: una parte della politica italiana non avrebbe voluto mostrare così tanta avversione a Putin. E questo discrimine sarà fondamentale anche nelle **urne dove ****bisognerà**** decidere da che parte stare tra Russia e Occidente, tra le democrature e le democrazie, tra satrapi e *****leader* scelti senza condizionamenti.**

La caduta del governo di Mario Draghi è frutto di una concezione, chiamiamola così, “avventurista” della politica italiana. E c’è** un elemento**, richiamato ieri da Angelo Panebianco,** che è risultato determinante: le scelte di politica estera all’indomani del conflitto tra Russia e Ucraina. Altro che termovalorizzatore di Roma**; altro che concessioni balneari e taxi, che pure hanno contribuito non poco a scardinare il fragilissimo equilibrio di governo prodottosi in nome di SuperMario.

La realtà è che lo scollamento progressivo delle larghe intese si è avviato quando si è trattato di stabilire dove collocare l’Italia nello scenario bellico e, giù pe’ li rami, come una incontrollabile slavina si è via via ingrossato fino a diventare una forza capace di stritolare l’esecutivo e il suo presidente del Consiglio. **Lo scontro si è sviluppato sulle scelte di campo tra invasi e invasori,** sugli ammiccamenti a Mosca, sulle riserve ammantate di pacifismo un tanto al chilo riguardo l’approvvigionamento militare a Kiev. Da allora è scattato il *countdown* che ha portato alle contorsioni dei partiti sulla fiducia e alla riedizione della *liaison* gialloverde che alla fine, strumentalmente palleggiandosi le responsabilità, ha espugnato Palazzo Chigi radendo al suolo il governo più autorevole dentro e fuori i confini nazionali da decenni a questa parte.

Che significa tutto questo? Vale la consapevolezza, che è giusto gli elettori posseggano, che **la campagna elettorale avrà un discrimine preciso** (magari colpevolmente sottaciuto, come dice Panebianco): **la politica estera e le conseguenze che il conflitto tra Putin e Zelensky** – purtroppo destinato a durare – **avrà sugli equilibri geopolitici, economici e sociali dell’Europa**. Non siamo nel 1948. Per certi versi fortunatamente perché l’armamentario ideologico che inquinava il dibattito politico ha perso mordente; per altri meno perché allora c’era minor confusione e scegliere era più facile anche se magari più semplicistico, come gli eventi successivi hanno dimostrato. Ma il punto non cambia. **Nelle urne ci finirà la decisione da che parte stare tra Russia e Occidente, tra le democrature e le democrazie, tra satrapi e *****leader* scelti senza condizionamenti.**

È una linea di demarcazione che vede da una parte i populismi variamente ammantati e dall’altra gli anti populisti tesi a denunciare i pericoli che provoca surfare sulle onde della demagogia. Nello scontro in Parlamento dei giorni scorsi hanno vinto i primi; nei risultati elettorali si vedrà, perché il populismo fa leva sulle difficoltà e le angosce di vasti strati della popolazione e da decenni – non solo in Italia (ma qui più che altrove) – il voto di pancia ha preso il sopravvento su quello di testa.

Anche per questo non sorprende, ma lo stesso colpisce e amareggia, la volontà trasversalmente presente di seppellire politicamente Draghi mentre è ancora vivo (e l’accusa di voler fare il “politico” è la freccia più avvelenata) ed è chiamato a gestire una serie di “affari correnti” che sono materia tutt’altro che trascurabile: dal decreto Aiuti alla stesura della nota di variazione al bilancio, propedeutica alla stesura della legge di Stabilità, *alias* Finanziaria della prima Repubblica. La ragione è semplice e scioccante. **Draghi, pur con le sue insufficienze, errori e limiti era l’esempio vivente del rifiuto del populismo nonché espressione di una solidissima e strutturata diga contro le scorrerie degli “amici di Putin” ovunque collocati.** La sua defenestrazione ha aperto una breccia in cui forze e interessi più o meno disinvolti vorrebbero infilarsi. Tocca agli italiani stabilire se assecondarli o bloccarli.

Di *Carlo Fusi*
