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Posti vuoti

In Italia risultano 179mila posti di lavoro inattivi. Colpa della formazione inadeguata e di una narrazione distorta che il paese ha subito per troppo tempo. La filosofia dell’assistenzialismo e l’incapacità di sfruttare i fondi europei già assegnati hanno contribuito al paradosso per cui è difficile trovare lavoro ma anche offrirlo.

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Il lavoro in Italia c’è, ma trovare lavoro in Italia resta molto difficile. Anche offrirlo. Questo doppio paradosso emerge dall’ultimo bollettino ‘Excelsior’ di UnionCamere e Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Sigla pomposa e carica di promesse, se solo il sistema funzionasse.

A fronte, infatti, di un’oggettiva dinamicità del mercato del lavoro nel nostro Paese, confermata dai 465mila nuovi contratti di assunzione previsti entro novembre (l’incremento è di 201mila unità rispetto allo stesso mese del 2020), il dato su cui concentrare il massimo dell’attenzione è l’imbarazzante 40% di posti di lavoro offerti e destinati a restare vacanti.

Sarà impossibile coprirli, per mancanza di candidati o scarsa formazione e preparazione degli stessi. Per essere precisi, il 38,5% delle posizioni aperte. Passando dalle percentuali ai numeri assoluti, che fanno sempre una diversa impressione, parliamo di 179mila unità, 179mila posti di lavoro che non siamo capaci di attivare. Non perché il destino sia cinico e baro o perché gli italiani non abbiano le qualità necessarie, ma perché il nostro sistema sconta un doppio ordine di problemi. Gravi.

Innanzitutto, formiamo poco e male e spesso anche in modo disomogeneo e poco attento all’evoluzione del mercato del lavoro. Torna in soccorso il bollettino di UnionCamere e Anpal: risultano introvabili, in ordine decrescente, fabbri e fonditori, di cui mancano il 61,7% e il 57,8% (!) nonché degli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali, al 58,7%. Nelle costruzioni, il divario tra domanda e offerta è al 53,7%. Come potrete notare, si tratta di settori molto differenti, che vanno da alcuni mestieri ormai a rischio estinzione (la cui sopravvivenza in Italia è assicurata solo dalla manodopera straniera) a figure tecniche tipiche della nostra era.

A questa grave mancanza in termini formativi, si aggiungono i guasti devastanti di una narrazione che per anni ha inquinato i pozzi. Buona parte della politica, dei giornalisti, dei mass media più popolari e – diciamolo – senza altro interesse che i propri punti di share, hanno ossessivamente dipinto un’Italia senza futuro. Un Paese in cui non valesse la pena studiare, approfondire, rischiare, perché tanto non sarebbe servito a nulla. Un vero e proprio delitto storico, consumato alle spalle di tutti, ma di cui le prime vittime sono i nostri figli.

Molti di coloro che abbiamo appena elencato non si sono mai presi la briga di confrontarsi con i ragazzi, lavoratori e professionisti di domani, per saggiare gli effetti di questa ‘mitologia’. L’avessero fatto, avrebbero sentito ripetere il mantra dell’assenza di un futuro, una sensazione disperante i cui responsabili sono da cercare proprio in quel mondo che ha sposato con entusiasmo sospetto la filosofia dell’assistenzialismo, del Reddito di cittadinanza e dei bonus. Per tacere di un monumento all’inefficienza autolesionista: i posti di lavoro mai nati e la crescita negata per l’incapacità di sfruttare i fondi europei già assegnati.

Tutto pur di non dire una semplice verità: che questa festa senza senso sarebbe presto finita, insieme ai soldi necessari a tenerla in piedi, lasciando sul terreno i cocci di un’involuzione culturale pericolosissima. Un circolo vizioso di persone che dicono di cercare lavoro, ma lo pretendono a loro immagine e somiglianza. Mentre chi crede nelle proprie capacità non trova formazione. Chiudono il cerchio le imprese più dinamiche costrette a bruciare tempo ed energie nel cercare i pochi profili di qualità disponibili.

Non è tanto il lavoro a mancare in Italia, quanto onestà intellettuale e sincerità.

di Fulvio Giuliani

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