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Loquace e tricolore, ridisegnò il Colle post prima Repubblica

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Ripercorriamo la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, l’unico capo di Stato italiano che non ha mai militato in un partito. Il Presidente che ridisegnò il Colle nella seconda Repubblica.

Loquace e tricolore, ridisegnò il Colle post prima Repubblica

Ripercorriamo la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, l’unico capo di Stato italiano che non ha mai militato in un partito. Il Presidente che ridisegnò il Colle nella seconda Repubblica.
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Loquace e tricolore, ridisegnò il Colle post prima Repubblica

Ripercorriamo la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, l’unico capo di Stato italiano che non ha mai militato in un partito. Il Presidente che ridisegnò il Colle nella seconda Repubblica.
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È stato il primo, e fin qui unico, presidente della Repubblica a non essere mai stato un militante di partito o un esponente politico. La vita l’aveva passata alla Banca d’Italia, di cui era divenuto ed è stato a lungo governatore. Il 13 maggio del 1999 Carlo Azeglio Ciampi viene eletto al primo scrutinio, con una vasta maggioranza che comprende grande parte del centrodestra. A non votarlo sono soltanto la Lega e Rifondazione comunista. Aveva lasciato la guida della Banca centrale, nel 1993, per divenire presidente del Consiglio in pieno collasso istituzionale ed economico. Successivamente è stato due volte ministro dell’Economia. Le maggioranze con cui s’era trovato a governare erano di centrosinistra o comunque antipatizzanti con il centrodestra. Il che assegna maggior significato al plebiscito del 1999. Quell’elezione portava con sé il desiderio di tornare alle regole, dopo che il settennato di Scalfaro se ne era distanziato. E, in effetti, Ciampi fu un presidente loquace ma per tutto il primo periodo concentrato sui temi del patriottismo, del tricolore e della storia nazionale. Si dedicò a una ricucitura patriottica e non nazionalista, che fu il suo più grande merito. La frequenza delle sue dichiarazioni, rilasciate in occasione di incontri pubblici, talora accompagnate anche da chiose della consorte, lo introdusse alla tentazione di usare sempre più spesso quella che s’usa definire, con termine inglese, moral suasion, ma che in italiano rende meglio come induzione, spinta, indirizzo alle decisioni altrui. Solo che questa condotta sposta gradualmente il Quirinale verso un ruolo attivo, il che ne colora il consenso ma anche il dissenso. Durante il suo settennato fu il centrodestra a incassare i migliori risultati elettorali e, non di rado, il Colle utilizzò nei confronti di quei governi non solo la persuasione ma anche l’interdizione. Quando nel 2005 la maggioranza di centrodestra s’impegnò in una riforma costituzionale – e fra i vari capitoli (anche in quel caso, come successivamente, mancò la saggezza dell’omogeneità) c’era il tentativo di rimediare alla disastrosa riforma del 2001 voluta dalla sinistra, che manomettendo il Titolo quinto aveva scassato l’Italia – dal Colle si manifestò un sempre maggiore nervosismo. Le dichiarazioni ostative si ripetevano e forse si sarebbe giunti a un messaggio alle Camere, se non fosse che qualcuno, prudentemente, fece osservare al presidente che alla pessima riforma del 2001 aveva apposto la firma senza fare una piega. Non era il caso di prodursi in una così vistosa disparità. La riforma fu affossata dal referendum, anche perché il centrodestra, che l’aveva voluta, si guardò dal difenderla. La prima Repubblica era finita con Cossiga. Scalfaro navigò la degenerazione giudiziaria. Ciampi ridisegnò il Colle nella seconda. Che non si sia mai capito in che consistesse non è colpa sua.   di Gaia Cenol  

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