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Quel fascismo che riemerge nella geopolitica di oggi

Non si può parlare di regime alle porte ma neanche credere che quelle ideologie nostagiche siano del tutto sparite. La geopolitica ce lo ricorda e le parole di Giorgia Meloni, pure.

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Non c’è alcun “regime” alle porte, ma questo non significa che siano serrate ai pericoli.

La ragione per cui Giorgia Meloni ha dovuto registrare un messaggio multilingua – per esporre il minimo della civiltà, ovvero di non essere fascista e di non essere antisemita – non si trova solo nel passato ma anche nel presente delle sue frequentazioni europee, fra le quali ci sono autoritarismo antidemocratico e antisemitismo. Quella roba non le appartiene e speriamo non appartenga a nessuno dei dirigenti di Fratelli d’Italia, mentre farebbero bene ad allontanare da sé quelli di cui non si può dire altrettanto. Meloni e i suoi sono democratici, nel senso che hanno vissuto e accettato le regole della democrazia e ripugnano loro le leggi razziali, non da oggi ma da quando lo insegnò loro il capo di allora: Gianfranco Fini.

Ma la faccenda non si chiude qui.
Intanto perché si può non condividere nulla di quel che uno dice senza sentire il bisogno di dargli del dittatore, come destra e sinistra hanno ripetutamente fatto, dimostrando povertà di idee. Inoltre, nel secolo scorso, due fetidi fratelli ammorbarono la storia: il fascismo e il comunismo. Figli dello stesso padre mistico e della stessa madre baldracca.

Si mossero in direzioni opposte, ma più per ragioni geopolitiche che ideali e, del resto, nello spartirsi la Polonia furono alleati. L’Italia visse il nazifascismo e siccome quella roba è stata sepolta dall’esito della guerra abbiamo avuto i nostalgici, fra i quali soggetti che si ritenevano patrioti perché avevano combattuto fra i repubblichini. Non abbiamo avuto il comunismo, in compenso abbiamo avuto tanti comunisti. Non potevano essere nostalgici ma erano ammiratori, legati e finanziati da una dittatura. Chiunque abbia seguito queste due scuole non ha ragioni d’esserne orgoglioso. Anzi.

Ma abbiamo vinto noi, ha vinto l’Occidente, ha vinto la libertà e ha saputo moltiplicare la ricchezza come mai s’era prima visto. A oggi non vi è pericolo che il fascismo o il comunismo s’affermino altro che fra gli svalvolati.

Epperò attenti, perché i figli del mistico e della baldracca ci hanno lasciati ma la geopolitica è rimasta lì. Che è la ragione per cui resta un legame fra chi punta a consolidare i dispotismi e chi punta a demolire le democrazie. Se parte da Mosca non ha alcun bisogno di colorarsi di rosso (leggete Da Empoli e Jangfeldt) e s’acconcia benissimo a colorarsi di verde, di bruno e di nero. Mentre il persistente filone mistico non ha bisogno di colorarsi di nero per sostenere che il mercato e i mercanti commercino l’anima e la fede di un popolo, può benissimo indossare il rosso ma anche il giallo.

Quindi ha ragione Meloni ad avere sentito il bisogno di aggiungere la condanna della criminale aggressione russa all’Ucraina e la condivisione delle scelte dell’Occidente, che sostiene e arma gli aggrediti. Ma è qui che il fascio riemerge, perché per vincere si tiene vicino chi è l’espressione dell’opposto. E non sono quattro righe di occidentalismo rituale a cancellare l’inno a Putin cantato sotto il Cremlino, invocandolo quale guida con cui sostituire il nostro mondo democratico. Come non cancellano il mese di silenzio prima di far conoscere il disappunto per una guerra che aveva già mietuto migliaia di vite innocenti e mandato al massacro migliaia di soldati ignoranti.

E il fascio si ritrova pari pari dall’altra parte, avvinti il ministro della Difesa e chi vota contro la Nato. Può sembrare loro una furbata tattica, invece è una porcheria strategica. Perché dopo il 25 arriva il 26 settembre e chi pensa di potere governare, in virtù del fatto che avendo preso un voto in più degli altri affasciati otterrà la loro obbedienza, non si sa se s’illude o prova a illudere.

 

di Davide Giacalone

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