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La riforma di Bad Godesberg e il coraggio che manca all’Italia

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Nel 1959 nella città tedesca di Bad Godesberg, l’Spd attuò una storica riforma del suo programma abolendo qualsiasi richiamo al marxismo. Il Premio Nobel per la pace Brandt mi rivelò che quella riforma prese profondamente spunto dalla nostra Costituzione. Ma alla politica italiana, oggi, non è rimasto nulla di quel coraggio.
la riforma di bad godesberg

La riforma di Bad Godesberg e il coraggio che manca all’Italia

Nel 1959 nella città tedesca di Bad Godesberg, l’Spd attuò una storica riforma del suo programma abolendo qualsiasi richiamo al marxismo. Il Premio Nobel per la pace Brandt mi rivelò che quella riforma prese profondamente spunto dalla nostra Costituzione. Ma alla politica italiana, oggi, non è rimasto nulla di quel coraggio.
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La riforma di Bad Godesberg e il coraggio che manca all’Italia

Nel 1959 nella città tedesca di Bad Godesberg, l’Spd attuò una storica riforma del suo programma abolendo qualsiasi richiamo al marxismo. Il Premio Nobel per la pace Brandt mi rivelò che quella riforma prese profondamente spunto dalla nostra Costituzione. Ma alla politica italiana, oggi, non è rimasto nulla di quel coraggio.
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Ci sono due termini che caratterizzano questa prima fase della campagna elettorale: il primo è un sostantivo, “cittadini”; il secondo è un luogo, “Bad Godesberg”. Non solo i seguaci del grillismo utilizzano il sostantivo “cittadini”. Popolo è superato, si torna al citoyen. Ma non a quello originario della Rivoluzione francese, bensì (anche se molti di questi imbonitori da spiaggia non lo sanno) a quell’appellativo col quale il presidente dello Zaire Mobutu – negli anni Settanta il settimo uomo più ricco del mondo – concedeva che i suoi sudditi così gli si rivolgessero. Un maestro, Mobutu, nell’accoppiare gli aspetti oppressivi del comunismo con quelli peggiori del capitalismo (sarebbe piaciuto a Di Battista). Bad Godesberg. Non è una birra, ma una città tedesca del Nord Reno-Vestfalia. Nel novembre del 1959 vi si tenne un congresso straordinario della Spd, il partito socialdemocratico della Repubblica Federale di Germania. In quel consesso i leader presero il vecchio programma stabilito nel 1925 a Heidelberg e ne approvarono uno nuovo. La confezione rimase la stessa, la sostanza cambiò profondamente e non solo per i tedeschi. Il nuovo programma ripudiava (1959!) ogni riferimento al marxismo e – si badi bene – rivendicava «le proprie radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica», prendendo così le distanze dai Paesi comunisti del “socialismo reale”. Attenzione però: apertura ai princìpi della concorrenza e del mercato, mantenendo allo stesso tempo l’impegno sociale e interventista in economia. Democratici e riformisti sì, ma – come si legge nel programma di Bad Godesberg – «la proprietà privata dei mezzi di produzione ha diritto di essere difesa nella misura in cui non intralci lo sviluppo di un equilibrato ordinamento sociale». Nel 1980, a Firenze, ebbi la fortuna di pranzare con Willy Brandt, premio Nobel per la pace e promotore della cosiddetta Ostopolitik, un processo politico e ideologico di tentata distensione tra Est comunista e Ovest riformista. Presiedeva, quando lo conobbi, la commissione internazionale per lo studio delle relazioni economiche fra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, cui si deve la pubblicazione del “Rapporto B.”. Tra un calice di vino e l’altro, di cui era grande amante, gli chiesi cosa avesse significato Bad Godesberg per la Germania e il suo partito. Mi rispose: «Bad Godesberg è avvenuta dieci anni dopo la stesura della vostra Costituzione. Credo di poter dire che molto è stato preso da ciò che avevano scritto i vostri costituenti». Oggi Enrico Letta non ha il coraggio di fare quello strappo e guarda a coloro che ancora fanno riferimento a radici marxiste ammantate con un po’ di ecologismo. Fino a quando quelle nefaste radici marxiste non saranno estirpate, Bad Godesberg resterà in Italia solo una ridente cittadina tedesca e un inutile sfoggio di cultura da parte di alcuni politici. Di Andrea Pamparana

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