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Rivitalizzare i referendum contando diversamente i votanti

Dopo la riforma digitale nella raccolta delle firme occorre modificare il quorum

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Giustizia, eutanasia, cannabis. Stiamo tornando a discutere di referendum abrogativi. Perché abbiamo bisogno di democrazia. Anzi, forse nell’epoca della post democrazia digitale ne abbiamo ancora più bisogno. «Sta avvenendo nel nostro popolo qualche cosa di nuovo: oggi le masse popolari hanno cominciato a partecipare alla vita politica del Paese e alla soluzione dei problemi nazionali. Si sta compiendo così quella che è stata la più grande aspirazione dei democratici sinceri, che hanno combattuto in altri momenti della vita italiana».

Così Giorgio Amendola nella seduta del 20 marzo 1947 esprimeva il senso pieno della “Repubblica democratica”, il senso profondo dell’art. 1 e della sovranità popolare. I nostri Costituenti credevano davvero nella democrazia. Credevano che fosse possibile uno Stato in cui tutti partecipavano alle decisioni. In genere mediante una delega ai propri rappresentanti, attraverso i partiti.

Una delega integrata e corroborata dalla democrazia diretta. Come per il referendum, la petizione, l’iniziativa legislativa popolare. Del resto, in Stati di decine di milioni di persone non era pensabile vedersi tutti sulla collina per decidere, come avveniva con l’Ecclesia di Atene.

Nella vita della nostra Repubblica il referendum è stata la migliore prova della democrazia diretta. Tutti ricordiamo quello costituzionale del 2016, che ha portato tanti – anche nelle case – a discutere animatamente di Senato, Cnel e Regioni. O le grandi battaglie referendarie degli anni Settanta su divorzio e aborto oppure quelle su centrali nucleari e legge elettorale. Negli anni probabilmente sono stati chiesti troppi referendum, anche su temi minori. Siamo stati chiamati a votare 67 volte e soltanto in 38 casi si è raggiunto il quorum di validità.

È un segno della disaffezione verso i referendum, ma anche della profonda ingiustizia del quorum di validità. Per dare il senso della serietà del voto, i Costituenti hanno disposto che «La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi» (Art. 75 comma 4).

Ormai sappiamo che naturalmente vota circa il 70% degli aventi diritto per cui nei referendum la lotta è fra i Sì e l’astensionismo, perché chi vuole bocciare la proposta referendaria fa prima ad approfittare dello zoccolo duro dell’astensionismo, partendo così col 30% di vantaggio. E quando nel 1991 Craxi consigliò agli italiani di andare al mare… ci scandalizzammo molto.

Oggi, anche grazie al digitale, i referendum sono tornati di moda. Anche per la facilità di sottoscrivere la proposta referendaria con lo Spid, che di molto semplifica la vita ai comitati promotori. Ma forse per rivitalizzare davvero il vento democratico del referendum avremmo bisogno di una piccola riforma costituzionale. Per calcolare il quorum di validità sui votanti alle ultime politiche e non sugli aventi diritto teorici: in maniera da tornare a rendere imparziale la lotta fra i Sì e i No.

 

di Alfonso Celotto

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