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Se la politica perde la Ragione

Era il 1961. C’era la guerra fredda. La leggenda narra di una gara podistica ‘a due’, in quel di Vienna: John Kennedy contro Nikita Krusciov.

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Era il 1961. C’era la guerra fredda. La leggenda narra di una gara podistica ‘a due’, in quel di Vienna: John Kennedy contro Nikita Krusciov. Un modo come un altro per rompere il ghiaccio tra i due blocchi avversi. Vinse Kennedy che con il suo fisico giovane e atletico ebbe la meglio su quello più tarchiatello e appesantito del sovietico. Fedele come sempre al suo nome, il quotidiano di partito “Pravda” scrisse in prima pagina: «Ieri il grande compagno Krusciov ha partecipato a una gara piazzandosi onorevolmente in seconda posizione mentre il presidente americano è arrivato solo penultimo».

Una storiella leggera e divertente che ironizza su quanto la comunicazione, soprattutto quella politica, sia infarcita di impliciti, sottaciuti entimemi, insomma di ingredienti utilizzati spesso in maniera tendenziosa e omissiva per produrre risultati di non irrilevante sofisticazione.

Mi vengono così in mente le fallacie informali: ragionamenti errati sul piano logico che inseriti all’interno di discorsi corroborano i medesimi di maggiore persuasività. Colpiscono i destinatari nella sfera emozionale prima ancora che in quella razionale, riducendone la possibilità di analisi logica e innestando in questi, quasi sempre, una reazione ‘di pancia’. Le fallacie informali sono presenti da secoli – numerosissime – e da altrettanto tempo insaporiscono le dispute di carattere politico, giuridico, filosofico prestandosi però a essere confutate facilmente, almeno da menti attente e neutrali. Quindi, non sempre. Sono trappole dolose? Sono istinti comunicativi, codificazioni emozionali ormai sedimentate che la nostra parte più strategica antepone alla correttezza logica.

Qualche esempio? Avviene spesso nei talk politici che alla dichiarazione di un interlocutore secondo cui, per esempio, «Bisognerebbe pensare al testamento biologico» l’altro interlocutore risponda «Io mi preoccupo soprattutto della sicurezza dei nostri cittadini». È un caso di ignoratio elenchi: rispondere a un argomento con un argomento del tutto diverso o fuori tema. Un vero e proprio depistaggio. Non corretto sul piano logico ma efficacissimo sul piano dialettico. Molto utilizzato, sempre in politica, è l’argomento ad hominem. Si ha quando, nonostante la buona qualità del contenuto di un’affermazione, ne si ‘degrada’ la portata attaccando la persona che l’ha enunciata, le sue qualità e il suo vissuto, magari svelando condotte passate in contraddizione con l’assunto e omettendo di testare la qualità del contenuto/concetto espresso. È una fallacia sempre presente da trent’anni in quasi ogni trasmissione politica.

Il 2020 ha segnato il boom dell’argomento ad auctoritatem. Grande classico di ragionamento scorretto. Qui non siamo nel campo della strategia confutativa ma in quella accreditativa. In pratica si certifica la qualità di un’affermazione per il solo fatto che chi l’ha espressa è un’autorità nel suo campo anche se non necessariamente è il campo concernente l’oggetto di quell’affermazione. I tempi, però, sono cambiati.

Molte di queste fallacie sono retaggi di un vecchio modo di disputare. Altri sono degli evergreen e ci sono poi le new entry. In particolare le fallacie statistiche. Negli ultimi anni offrire dei numeri come premessa e cavarne delle conclusioni adulterate è diventato uno dei modi più efficaci per convincere e avallare proprie posizioni.

Dalla notizia, per esempio, che il numero dei furti è calato del 20% qualcuno potrebbe affermare trionfalmente che le città sono più sicure ma… magari del 20% è calato solo il numero delle denunce. Oppure, come nel caso della fallacia statistica della falsa correlazione, affermare che gli afroamericani sono più criminali in quanto la popolazione carceraria americana è composta nella maggior parte da afroamericani. Quando invece le ragioni di una loro caduta nel crimine va addebitata alla loro maggiore povertà, al disagio sociale e alla conseguente impossibilità di difendere adeguatamente in un processo le proprie ragioni.

Qual è la conclusione? Ambivalente. Se infatti questi sofismi tagliano la sostanza veritiera della comunicazione, soprattutto quella politica, è anche difficilmente pensabile una comunicazione che sia pura logica e non si amalgami in un’alchimia di ragione ed emozione. D’altronde la politica è passione. È cuore, sangue e parole. O no? Ai post l’ardua sentenza.

 

Di McGraffio

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