Se ritornano i compagni che sbagliano
| Politica
Le scritte contro chi oggi ha vinto le elezioni non vanno enfatizzate ma devono essere prese sul serio. Soprattutto per evitare che quei “cattivi compagni” di un tempo, facciano ritorno.
Se ritornano i compagni che sbagliano
Le scritte contro chi oggi ha vinto le elezioni non vanno enfatizzate ma devono essere prese sul serio. Soprattutto per evitare che quei “cattivi compagni” di un tempo, facciano ritorno.
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Se ritornano i compagni che sbagliano
Le scritte contro chi oggi ha vinto le elezioni non vanno enfatizzate ma devono essere prese sul serio. Soprattutto per evitare che quei “cattivi compagni” di un tempo, facciano ritorno.
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AUTORE: Andrea Pamparana
Giorgio Bocca negli anni Settanta diceva: «Le Brigate rosse non esistono, sono agenti della Nato». Un’altra firma iconica del tempo, Camilla Cederna – che distrusse ingiustamente con false accuse quel grande giurista che era il presidente della Repubblica Giovanni Leone, costringendolo alle dimissioni – affermava: «Le Brigate rosse sono pezzi deviati dello Stato».
C’erano poi i “compagni” di Lotta Continua e di Avanguardia Operaia, che oltre a essere i mandanti morali di “punizioni esemplari” contro servitori dello Stato, (per loro «servi»), consideravano l’Inno di Mameli, il Tricolore e quant’altro richiamasse il concetto di Patria ciarpame fascista da rifiutare. Molti di questi, una volta finita la loro ridicola ma sanguinosa resistenza, sono entrati nel sistema diventando top manager, direttori di giornali, intellettuali di riferimento della borghesia. Quella stessa che nei salotti di Milano, tra un Martini e due olive, predicava la rivoluzione instillando nei loro viziati figli che frequentavano le buone scuole (alcune cattolicissime, per non dire ultra-clericali) l’idea che un galantuomo come il giornalista del “Corriere della Sera” Walter Tobagi potesse essere colpito e lasciato morire in una pozza di sangue sull’asfalto davanti a casa sua.
«Lo Stato non si cambia, si abbatte», questo il loro delirante sogno. I mostri sacri della cultura, del giornalismo, del pensiero (peraltro debole assai) ripetevano: «Sono compagni che sbagliano» ma pur sempre compagni; quindi armatevi e partite cari ragazzi, mentre noi ce la spassiamo. I compagni veri – quelli che lavoravano ai torni e alle catene di montaggio, gli operai e i sindacalisti che frequentavano le sezioni del Partito comunista –respinsero al mittente quella follia e furono subito etichettati come “revisionisti”. Enrico Berlinguer? Un «fascista», un «servo del potere», un «venduto agli americani». Una certa intellighenzia giustificava e ammirava quei terroristi, frutto di un proletariato sofferente, di una ingiustizia sociale, sfruttati dallo Stato e dai suoi alleati, tra cui anche «gli sporchi revisionisti del Pci».
Le scritte contro chi oggi ha vinto le elezioni – grazie soprattutto ai voti delle periferie sofferenti e non certo dei ripuliti salotti del tempo che fu – non vanno enfatizzate ma devono essere prese sul serio. La parola “compagni” non usa più, questi manco sanno disegnare nel modo giusto la stella a cinque punte, però guai a sottovalutare certi “maestri del pensiero” che, ne sono certo, schiacciano l’occhiolino alle nuove leve del terrorismo nostrano. Errare è umano, perseverare è mortale.
di Andrea Pamparana
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