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Serbia e Balcani occidentali, la soluzione per la pace non è l’Ue

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Accelerare l’ingresso della Serbia e dei Balcani occidentali in Ue non è la soluzione per mettere la pace tra i due Paesi, ma un errore da non commettere
serbia e balcani

Serbia e Balcani occidentali, la soluzione per la pace non è l’Ue

Accelerare l’ingresso della Serbia e dei Balcani occidentali in Ue non è la soluzione per mettere la pace tra i due Paesi, ma un errore da non commettere
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Serbia e Balcani occidentali, la soluzione per la pace non è l’Ue

Accelerare l’ingresso della Serbia e dei Balcani occidentali in Ue non è la soluzione per mettere la pace tra i due Paesi, ma un errore da non commettere
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Affrettare l’ingresso della Serbia e dei Balcani occidentali nell’Unione europea, nel momento in cui le tensioni fra Belgrado e il Kosovo si fanno sempre più forti, è un errore da non commettere. Perché significherebbe rovesciare la logica, mentre la geopolitica e la storia (ma pure il presente) insegnano che le cose al contrario non funzionano. Mai. Il ribaltamento di cui parliamo è presto spiegato: pensare che entrando nell’Ue la situazione fra la Serbia e il Kosovo si pacificherà d’incanto o sulla parola è un errore. Prima occorre raggiungere un accordo internazionale, garantito e accettato dalle parti in causa, su una pacificazione concreta e duratura. Poi si potrà accelerare sull’ingresso serbo e dei Balcani occidentali nell’Ue. Far entrare due Paesi in contrasto fra loro sarebbe infatti come andare al voto domani in Libia senza aver messo d’accordo Tripolitania e Cirenaica. Una miopia politica. La sottolineatura è necessaria visto che da diversi giorni è cominciata una campagna sulla priorità di far aderire all’Unione europea i Paesi dei Balcani occidentali dopo l’invasione russa dell’Ucraina e di questo ha parlato di recente anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La Serbia, è vero, ha presentato da diversi anni la propria richiesta di adesione e di recente lo stesso ha fatto pure il Kosovo. Un segnale, certo, ma non sufficiente a giustificare razionalmente un’accelerazione per un ingresso nell’Unione europea che non tenga conto dei fatti. Quanto siano logorati i rapporti fra Belgrado e Pristina lo si vede, oltre che dalle tensioni sui confini, anche dalle parole di ieri della presidente kosovara Vjosa Osmani che accusa la Serbia di essere aggressore e per nulla vittima, aggiungendo che Belgrado gioca «con lo schema di Putin». Vista la situazione e considerato che la politica deve operare come un Dottor House – tanto lucida nell’analizzare la situazione e nel fare la diagnosi quanto veloce nel trovare la terapia – la soluzione più adatta in questo momento per la Serbia appare quella di considerarla un’area cuscinetto (come proposto in passato dalla Francia) che abbia ovviamente relazioni e rapporti quotidiani e crescenti con l’Ue ma che non ne faccia ancora parte. Chi avesse dubbi su questo sfogli un libro di storia recente e veda come l’allargamento a Est dell’Ue, realizzato troppo in fretta, non sia stato esente da errori di cui ancora oggi si vedono gli effetti, con l’Ungheria di Viktor Orbán – per fare un esempio – che spesso procura dei mal di pancia a Bruxelles su scelte che dovrebbero essere condivise. A questo aggiungiamo che per stabilizzare i Balcani (ovvero risolvere le tensioni fra Serbia e Kosovo) la creazione di un’area cuscinetto permetterà di lavorare più agevolmente anche al quintetto Nato formato da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti. Che l’Italia ci sia è cosa buona e giusta, anche se aprire un dibattito oggi su Francia e Germania che l’avrebbero voluta escludere – ne ha parlato il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Ci volevano fare fuori. All’ultimo Consiglio europeo ho detto formalmente che l’Italia pretendeva di essere parte degli incontri. Siamo parte del quintetto: o ci stiamo o non ci stiamo. Non c’è quintetto finto e duetto vero» – è un errore perché il problema è stato superato e oggi l’Italia c’è (e Tajani stesso lo rivendica). Ma soprattutto perché per rappacificare Belgrado e Pristina – un vasto programma – bisogna che almeno nel quintetto siano tutti d’accordo sul da farsi. Di Massimiliano Lenzi

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