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Spiraglisti che dimenticano il significato di diplomazia

Si richiede di essere diplomatici con chi la diplomazia l’ha di gran lunga oltraggiata. Ignorando che concedere una porzione di territorio ucraino a Putin significherebbe creare un precedente molto pericoloso.

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Visto che se ne parla ormai a ogni ora del giorno e della notte, analizziamola nel suo significato essenziale. Da vocabolario. Diplomazia: il complesso dei procedimenti attraverso i quali uno Stato mantiene le proprie relazioni internazionali. Ebbene, nel far entrare un esercito di 200mila uomini in uno Stato straniero, puntando alla conquista delle sue città e bombardando, non vi è nulla di diplomatico.

Trattasi, al contrario, d’un atto di guerra. E non v’è traccia di diplomazia nell’usare la fame come arma di battaglia, bloccando il grano e mettendo a rischio milioni di persone innocenti nel mondo. È in questo quadro oggi, mentre la guerra russa in Ucraina prosegue, che la diplomazia dovrebbe trovare una strada per arrivare a una tregua. La schiettezza del presidente del Consiglio Mario Draghi, dopo la sua telefonata di giovedì con il presidente russo Vladimir Putin, è la migliore terapia contro le facili illusioni e i pacifismi che in Occidente non mancano. Parlando del colloquio telefonico, Draghi ha detto chiaramente: «Non ho visto spiragli di pace».

Chi prova a vedere uno spiraglio in questi giorni, mentre i russi avanzano nel Donbass, parte da un presupposto che sarebbe la resa delle democrazie liberali rispetto a un loro principio fondante: lautodeterminazione dei popoli. Dicono gli spiraglisti” che Kiev dovrebbe trattare con Mosca, accettando magari di perdere una porzione del suo territorio. Più che una soluzione diplomatica una piccola resa – chiamiamola una resina” – che segnerebbe un precedente molto pericoloso per i confini dei Paesi europei, occidentali e del mondo libero. Della serie: ti invado, così poi trattiamo e ti porto via un pezzo del tuo Paese.

Condizioni inaccettabili per il presidente ucraino Zelensky, che continua a rivendicare il diritto della sua gente a riavere per intero il proprio Paese. Trovando un aiuto concreto negli Stati Uniti e nel presidente Joe Biden, che avrebbe in queste ore acconsentito a inviare a Kiev armi ancora più potenti, compresi sistemi di missili a lungo raggio, per difendersi. Questo rischierà di inasprire il conflitto? Può darsi, ma ciò non significa silenziare la diplomazia nel suo significato essenziale, che anzi dovrebbe intensificare il proprio lavoro.

Gli Stati Uniti in questi giorni lo stanno facendo a tutto campo e dopo lincontro di Biden con i leader degli altri Paesi del Quad (India, Australia e Giappone) hanno esposto i punti cardine della loro dottrina rispetto agli equilibri del mondo e ai rapporti con la Cina. «Anche se la guerra di Putin continua – ha spiegato il segretario di Stato americano Antony Blinken – noi rimarremo concentrati sulla più seria sfida di lungo termine all’ordine internazionale, cioè quella posta dalla Repubblica Popolare cinese». Lobbiettivo è contenere laggressività e lespansionismo cinese nell’Indo-Pacifico, senza per questo arrivare a uno scontro diretto.

Diplomazia, insomma. Muscolare e dura, ma diplomazia. Un linguaggio che la Cina pare aver compreso bene visto che giusto ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha cominciato un viaggio di 10 giorni nelle nazioni isolane dell’Oceano Pacifico, facendo sapere agli isolani (ma pure agli Usa) che Pechino non avrebbe intenzione d’installare nelle isole Salomone una propria base militare. Schermaglie e diplomazia. Perché, come ha sottolineato Blinken, la «sfida posta dalla Cina sarà un test per la democrazia americana» e per tutto il mondo libero.

 

Di Massimiliano Lenzi

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