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title: &quot;Telefonata Meloni &#8211; Schlein. Approvata la mozione per il cessate il fuoco immediato&quot;
description: La Camera approva con 128 voti favorevoli, 159 astenuti e nessun contrario, la mozione presentata dal PD per il cessate il fuoco immediato.
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date: 2024-02-13
modified: 2024-02-14
author: Claudia Burgio
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categories: [Politica]
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# Telefonata Meloni &#8211; Schlein. Approvata la mozione per il cessate il fuoco immediato

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2024-02-13 09:00:34

2024-02-13 08:00:34

Mancano meno di quattro mesi al voto europeo, ma quasi nessuno pare interessarsene. Eppure si incrociano tre circostanze cruciali

Mancano meno di quattro mesi al voto europeo, ma quasi nessuno pare interessarsene più di tanto. Eppure, forse per la prima volta, si incrociano tre circostanze cruciali. La prima è che, sul tavolo, c’è una posta di enorme impatto macro-economico e sociale: il futuro del Green Deal. Secondo, si tratta di una questione su cui l’opinione pubblica è profondamente divisa, anche se in questo momento – a fronte della protesta degli agricoltori – pare emotivamente schierata da una parte, quella dei frenatori della transizione verde. Terzo, mai come oggi l’esito finale del voto è stato incerto.

Parlo di esito finale perché, come sempre in un regime parlamentare proporzionale, l’esito del voto è un ‘missile a due stadi’, dove il primo stadio è l’esito del voto in termini di composizione del Parlamento, mentre il secondo è il tipo di maggioranza cui le forze in campo decideranno di dar luogo. Storicamente, questo secondo stadio è sempre stato poco problematico perché – alla fine – si è sempre trovata una quadra puntando su una sorta di Grosse Koalition, ossia sulla santa alleanza fra i tre gruppi più numerosi e più europeisti (socialisti, liberali, popolari/conservatori), talora puntellati da forze euroscettiche più o meno decisive. Quel che poteva cambiare era soltanto che l’equilibrio pendesse leggermente più a destra o leggermente più a sinistra, ma la sostanza era sempre quella.

Ebbene, non è detto che lo schema si ripeta. A suggerire cautela sono i sondaggi degli ultimi mesi condotti nei Paesi più popolosi, ovvero Germania, Francia e Italia. In Germania il vento soffia nelle vele di AfD (Alternative für Deutschland), partito di destra anti immigrati che alle ultime politiche aveva ottenuto il 10% ma oggi è dato in prossimità del 24%. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen è in crescita ed è dato intorno al 28%. In Italia il partito di Giorgia Meloni, che aveva pochi seggi in Europa, si avvia a rimpiazzare quello di Salvini che – con il 34% dei consensi – ne aveva conquistati tantissimi. Complessivamente, i due gruppi di destra del Parlamento europeo – Ecr e Id – dovrebbero guadagnare un numero considerevole di seggi.

Contemporaneamente, i partiti della coalizione che governa l’Europa appaiono in difficoltà. In Francia perde colpi Macron, in Germania i Popolari, in Italia Forza Italia. I Verdi sono in crisi quasi ovunque in Europa e i sondaggi prevedono una drastica riduzione dei loro seggi al Parlamento europeo. Quanto ai socialisti, molto dipenderà dalle alleanze, scissioni e ricomposizioni in atto in Francia e Germania, soprattutto quanto alla capacità di attirare o mantenere il voto degli elettori progressisti ma anti immigrati. In Francia questo tipo di voto è intercettato soprattutto da La France Insoumise di Jean Luc Mélenchon, che non è chiaro se afferirà ai socialisti o all’estrema sinistra. In Germania, proprio per trattenere il voto anti immigrati, è nato poche settimane fa un partito di estrema sinistra – la Bsw di Sahra Wagenknecht – che potrebbe sottrarre voti ai socialisti del premier Olaf Scholz. In breve, nel prossimo Parlamento europeo dovremmo assistere a un significativo ridimensionamento dell’attuale maggioranza popolari-liberali-socialisti, a un crollo dei Verdi e a una avanzata dei due gruppi di destra, uno dei quali potrebbe diventare il terzo raggruppamento dopo i Popolari e i Socialisti.

L’ipotesi tuttora più verosimile è che si ricostituisca la vecchia maggioranza, eventualmente puntellata dai Cinque Stelle, come l’attuale ‘maggioranza Ursula’. Ma, ove tale maggioranza non ci fosse o fosse troppo risicata, non si possono escludere due scenari alternativi, divisi essenzialmente dall’atteggiamento verso la transizione ecologica. Nel primo la maggioranza potrebbe allargarsi al gruppo Ecr, guidato da Giorgia Meloni e (quasi sicuramente) rimpolpato dall’ingresso di due partiti decisamente controversi, Fidesz dell’ungherese Orbán e Reconquête del francese Éric Zemmour. Nel secondo scenario l’allargamento avverrebbe invece verso i Verdi, a dispetto del loro quasi certo declassamento da terza a quinta forza del Parlamento europeo (in quanto scavalcati da Ecr e Id).

Difficile immaginare due scenari più antitetici. Nel primo assisteremmo a un ridimensionamento e a una decelerazione della transizione verde, in sintonia con le richieste del mondo agricolo. Nel secondo a un rilancio in grande stile del Green Deal, in barba alle rassicurazioni dell’attuale Commissione. E checché ne pensi la mucca Ercolina seconda.

di Luca Ricolfi

Europa al voto, Europa al bivio?

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2024-02-13 14:59:29

2024-02-13 13:59:29

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2024-02-11 14:26:01

2024-02-11 13:26:01

A Roma allestita l’esposizione dedicata al segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer. Da non sottovalutare il messaggio politico della presenza di Giorgia Meloni

Enrico Berlinguer e Giorgia Meloni. C’è qualcosa che va oltre la visita a una mostra, nella scelta della presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia di andare a vedere l’allestimento al Mattatoio (a Roma) dell’esposizione dedicata al segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer: un viaggio fra manifesti, fotografie, pubblicazioni e video che ripercorrono la storia del leader, del militante e del dirigente del Pci. Questo di più riguarda il messaggio politico che – con la sua presenza – Giorgia Meloni ha voluto lanciare: nell’omaggiare la tradizione di una figura storica e di spicco del comunismo italiano (che al governo non andò mai), la leader di FdI legittima non soltanto la parabola di quella storia – pur non condividendola – ma conferma pure la legittimità di sé stessa e della destra, arrivata al governo da primo partito italiano.

Una scelta di messaggio chiara quella della Meloni, evidenziata alla fine della visita dalla dedica che ha lasciato sul libro dei visitatori: «Il racconto di una storia, politica. E la politica è l’unica possibile soluzione ai problemi». Più chiaro di così sarebbe difficile da riassumere. Mentre nella sinistra di oggi (all’opposizione) in parecchi per criticare l’operato del governo sbandierano pericoli per la libertà in Italia, Giorgia Meloni rende omaggio a Enrico Berlinguer: un leader che prima di riconoscere di sentirsi più sicuro con l’Italia schierata nella Nato ci mise anni. Parecchi anni.

di Massimiliano Lenzi

Mostra Berlinguer, è politica la presenza di Meloni

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2024-02-11 14:26:01

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2024-02-07 14:00:37

2024-02-07 13:00:37

Cari populisti, basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Politica dovrebbe significare avere un modello di interesse collettivo

Populisti di tutto il mondo riunitevi e prendete atto che basta un direttore artistico di Sanremo a fregarvi tutti. Amadeus e Fiorello cedono al ricatto ma, al tempo stesso, ne organizzano uno sontuoso alla politica: noi gli diamo ragione, a quelli che con il trattore bloccano le strade, ora tocca a voi accontentarli. Parole e musica di un mondo irresponsabile. I giovinastri che si sdraiano per strada, sfoggiando striscioni ecoretorici, ne restino ammirati. Oh dilettanti, per loro si minacciano pene severe (che sarebbero anche meritate), mentre a quelli che fermano tutto per rivendicare non solo il diritto d’inquinare, ma anche quello d’essere pagati per farlo, si dischiudono le porte e si presentano le scuse. Il tutto a cura di un mondo politico che dell’agricoltura mastica i prodotti, ma delle proteste ha una fifa immensa. Terrorizzata, la politica annaspa. Potrebbe far presente che la nostra agricoltura va bene, che si tratta del settore più a lungo e massicciamente sostenuto dai contributi europei, che la nostra industria dell’alimentare esporta sempre di più. Ma il labbruzzo è tremulo e le parole non vengono. L’opposizione non sa se compiacersi o disperarsi, visto che la più efficace protesta viene da destra e loro si trovano a sinistra. La maggioranza vorrebbe dire: con tutto quello che vi abbiamo dato e promesso?! Ma si riduce a garantire di reintrodurre l’esenzione Irpef (Made in Renzi nel 2016), epperò con un tetto a 10mila euro di reddito l’anno, quindi non per l’industria agricola ma per l’orto. Praticamente promettono di cambiare quel che hanno compattamente approvato meno di due mesi addietro. Una maschia tenuta. Non basta? Allora i miliardi marchiati Pnrr passano da 5 a 8. Che è come dire usare fondi europei per convincere quelli che sono contro l’Unione europea che li genera. E sarebbe bello sapere dove finiscono, quei soldi, perché se diventano spesa corrente sono una gran fregatura per l’Italia e per tutti gli italiani che non li incassano personalmente. Come, del resto, lo sarebbe far aumentare i prezzi (a proposito, quelli dei supermercati devono essere stonati e, quindi, esclusi da Sanremo).

Hanno delle ragioni, gli agricoltori? Molte, ma quelli che bloccano tutto non sono degli agricoltori, bensì degli estremisti di cui alcuni fanno l’agricoltore. Premiare loro è come consegnare la rappresentanza all’estremismo, non bastasse il corporativismo. In un Paese peraltro senza memoria: sono gli stessi che fecero un baccano insensato contro il Ceta (l’accordo commerciale fra Ue e Canada) dicendo che ci avrebbe rovinati e il Made in Italy sarebbe stato annientato; la politica se la fece sotto, more solito, ma era una cosa talmente dissennata che non s’ebbe il coraggio di lasciarla cadere e quindi, superba ipocrisia, non si ratificò l’accordo ma lo si è applicato in via sperimentale; è andata benissimo, le nostre esportazioni sono cresciute e il Made in Italy alimentare ci ha guadagnato. Ma chi se ne ricorda? Nessuno ha voglia di dire che sono gli stessi agricoltori non coltivati di allora. Ora il demone è l’accordo con il Mercosur. Un mercato da 780 milioni persone e un commercio da 50 miliardi di dollari l’anno: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela, ma anche Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù. Tutti Paesi in cui la borghesia spende per comprare Made in Italy (a parte che molti discendono da italiani) e si potrebbe farli spendere di più. Con allevamenti e coltivazioni su spazi inconcepibili in Europa, con cui scambiare economie di scala. E aree d’influenza geopolitica che se si buttano al secchio poi serve a un accidenti piagnucolare perché la Cina s’avvicina.

Qualsiasi cosa ha pregi e difetti, qualsiasi accordo ha vantaggi e svantaggi, ma fare politica dovrebbe significare avere in mente un modello di interesse collettivo e saper compensare e trasformare quel che esce fuori mercato. Invece abbiamo Sanremo che impalca i maniscalchi contro le ferrovie, tanto il capo va a cavallo per i fatti suoi.

Di Davide Giacalone

Sanremo tra politica e proteste degli agricoltori

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2024-02-07 17:31:11

2024-02-07 16:31:11

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