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Tempi moderni

I tempi sono cambiati ed è ora che l’Italia torni al passo, per risollevare il paese è necessario ripartire con il cantiere del lavoro.

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Il cantiere del lavoro, in Italia, è ancora da aprire. Ne parliamo quasi ogni giorno, ma rischiamo di abituarci a un dibattito fine a sé stesso. Discutere di salario minimo o di cancellazione del reddito di cittadinanza (secondo questo giornale, ipotesi sacrosanta), senza una visione d’insieme, significa credere nel potere taumaturgico dell’ideologia. Una pericolosa illusione che sopravvive a sé stessa.

Bisogna avere il coraggio di metter mano al tema del lavoro cominciando ad accettare l’idea che tutto è cambiato e ben prima della pandemia. Una rivoluzione che arriva da lontano e che affonda le sue radici nella miriade di ‘nuovi lavori’ che hanno rivoluzionato il nostro mondo, mentre i giovani rivedevano le priorità nella ricerca di un impiego. Uno dei tanti della vita, sia chiaro, perché non sarebbe male cominciare a ricordarsi che il lavoro ‘per sempre’ non esiste più. Grazie al cielo.

Una rivoluzione, si diceva, che ha costretto le aziende a riscrivere le politiche di recruiting, per non perdere i migliori talenti. Torneremo sul punto, ma partiamo da un rischio: prolungare lo stallo in cui è finito il mercato del lavoro in Italia. Alta disoccupazione e contemporanea difficoltà delle aziende a coprire le posizioni ‘aperte’. Tra i giovani e non solo, insomma, abbiamo allo stesso tempo un numero elevato di disoccupati e tantissimi posti di lavoro vacanti.

Una realtà che paghiamo sul piano professionale e umano, ma che ha una diretta ricaduta anche sulla ridotta capacità di crescita del Paese. Non sfruttiamo fino in fondo le nostre potenzialità, perché non formiamo abbastanza i giovani e non aggiorniamo i lavoratori più esperti, secondo quelle che sono a un tempo le esigenze dell’impresa e le richieste e i sogni delle persone.

Le possibili soluzioni non arrivano mai ad animare il dibattito pubblico sul lavoro, per tacere di quello politico. Dovremo pur decidere di affrontare il tema nel suo complesso e non per capitoli, in base alle mode del momento o alle convenienze tattiche dei partiti.

Come accennavamo, non si può chiedere ai lavoratori del III millennio di considerarsi in formazione continua e pronti a ridiscutere le proprie mansioni e competenze, se contemporaneamente il mondo dell’impresa non capirà che sono massima qualità e competitività a garantire il futuro. E non esiste qualità senza poter attingere alle migliori risorse umane. Dobbiamo chiudere il cerchio, in un rapporto lavoratore-azienda ‘win-win’, mentre giocare a chi è più furbo o si accontenta ci manderebbe prima fuori giri e poi fuorigioco.

di Fulvio Giuliani

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