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title: UE, la Difesa comune è solo sulla carta
description: In Europa esistono programmi congiunti e condivisi sulla Difesa comune eppure continuiamo a vivere di programmi bilaterali.
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date: 2024-04-02
author: Umberto Cascone
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/politica/ue-la-difesa-comune-e-solo-sulla-carta/
categories: [Politica]
tags: [esteri, guerra, politica, UE]
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# UE, la Difesa comune è solo sulla carta

![Difesa europea](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Difesa-europea.jpg)

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2024-03-30 08:39:45

2024-03-30 07:39:45

Non c’è pace neppure sopra il cielo. La notizia è da brividi e riguarda i caccia italiani e la doppia intercettazione di aerei russi nel Mar Baltico

Non c’è pace neppure sopra il cielo. La notizia è da brividi, visti i venti di guerra che soffiano per il mondo. Nelle ultime ventiquattro ore gli Eurofighter dell’Aeronautica militare italiana, schierati nella Task Force 4th Wing (operativa nella base polacca di Malbork), hanno effettuato una doppia intercettazione di aerei russi nel Mar Baltico. L’allarme che ha portato all’intervento è stato lanciato dal centro di comando Nato con sede a Uedem (in Germania). Una volta identificati i velivoli, gli F-2000 italiani hanno fatto rientro a Malbork. 

L’episodio è il sintomo d’una tensione ma anche di una pressione, crescente, che la Russia sta muovendo verso e contro l’Occidente e che non risparmia il cielo, non risparmia il mare (si pensi alla presenza di navi russe nel Mediterraneo) e neppure la terra, visto che la guerra di aggressione in Ucraina non si ferma. Non si tratta certo di farsi saltare i nervi ma semmai di utilizzare la ragione come strumento di deterrenza e per evitare il peggio. 

Le due cose non sono affatto in contraddizione ma piuttosto complementari. Vediamo perché. Un eccesso di arrendevolezza davanti ai muscoli mostrati da Putin sarebbe oggi un harakiri per il mondo libero. Detto questo, è evidente che non mostrarsi molli per le democrazie non è provocazione ma deterrenza necessaria e razionale. Un equilibrio di ruvidezze da far arrivare a Mosca, per spiegare che l’Occidente non è molle. È libero. E pronto a proteggere le proprie libertà.

di Jean Valjean

I caccia italiani e gli aerei russi nel Mar Baltico, non c’è pace neppure sopra il cielo

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2024-03-31 09:33:55

2024-03-31 07:33:55

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2024-03-28 18:18:39

2024-03-28 17:18:39

Andrea Margelletti, presidente del CeSI e consigliere dal 2012 per le Politiche di sicurezza e di contrasto al terrorismo del ministro della Difesa

Giorni dopo l’attentato al Crocus City Hall di Mosca rivendicato dall’Isis, Putin non si rassegna ad abbandonare la pista ucraina a cui attribuisce responsabilità se non altro parziali e indirette per rinvigorire la propaganda interna: «C’è una bella differenza tra pensare l’attacco progettato dentro capanne tagike oppure attribuirne la paternità alla filiera ucraino-americana» ci dice Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali (CeSI) e consigliere dal 2012 per le Politiche di sicurezza e di contrasto al terrorismo del ministro della Difesa.

Quanto al duty to warn dell’intelligence americana (avvenuto alcuni giorni prima dell’attacco e rimasto inascoltato), Margelletti ammonisce sulla tentazione di leggere i fatti secondo immaginari blockbuster: «Il dovere di allerta che la Cia ha esercitato contro un comune nemico – il terrorismo – è un fatto molto tecnico. I russi avranno pensato di trovarsi di fronte a una minaccia poco attendibile». D’altra parte, «il dittatore non ha tempo di occuparsi di tutto, potrebbe non averlo mai saputo». Ma al netto dell’attualità – la cui lettura, dice l’analista, potrebbe essere fuorviante senza la profondità della storia – «l’Occidente e l’Europa si scoprono estremamente deboli di fronte alla proposta putiniana: noi abbiamo un nemico ma non abbiamo una visione e, si sa, individuare un nemico permette alle classi dirigenti, al contempo, di aggregare e di fare appello allo scontro ideologico per agire in fretta, operare scelte veloci, spesso schiacciate sul presente».

Ma per quanto in fretta vogliano agire, le democrazie – «Sistemi imperfetti per eccellenza ma i migliori che abbiamo» – sono appesantite da processi decisionali per definizione lenti, perché sempre alla ricerca di sintesi accettabili. A differenza dei regimi autoritari, che «non hanno fretta e possono fare a meno dell’urgenza, ma dove non c’è ricerca del consenso perché l’opposizione o non esiste (si pensi alla Cina che è una dittatura sistemica con un uomo al comando indicato da un gruppo che ha una strategia di lungo termine) oppure, se esiste (come in Russia), viene eliminata o silenziata».

Il recente Consiglio europeo ha valutato l’ipotesi di confiscare miliardi di euro di interessi su asset e fondi russi congelati dall’inizio del conflitto. Ma se fosse realistica, perché non realizzarla prima? Secondo Margelletti la risposta è tutta nella prudenza che ispira qualsiasi dialettica che investe il gigantesco tema degli interessi in gioco – «Quando si sente dire che “Noi non siamo contro la Russia ma contro Putin” è perché ovviamente i russi hanno i loro avvocati in Europa» – e che sopravvivranno alla guerra più sanguinaria.

Lo scenario per l’Europa è questo: «Noi entreremo in guerra: innanzitutto perché non siamo più certi dell’appoggio incondizionato degli Usa; poi per evitare che i soldati russi vengano a casa nostra. Percependola come ipotesi imminente, in tal senso già si stanno organizzando Paesi come Francia, Germania, Polonia e altri si preparano a questo scenario». Come? «Parlare di esercito europeo sarebbe una truffa: le Forze armate sono figlie di una governance che in Europa ancora manca». Piuttosto, per Margelletti «sarà determinante l’industria della difesa: l’Italia dev’essere capofila nel percorso di individuazione di un commissario Ue alla Difesa».

di Ilaria Donatio

Difesa è industria comune, parla Andrea Margelletti

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2024-03-28 20:48:28

2024-03-28 19:48:28

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2024-03-23 10:38:47

2024-03-23 09:38:47

Nella nostre Unione europea, bombe e bond camminano insieme: uniti nella unanime condanna alla criminale aggressione russa

Bombe e bond camminano assieme, nella nostra Unione europea. I bond, a loro volta, diventano una bomba capace di fare cascare molti muri che ostacolano il cammino dell’integrazione europea. Al di là delle parole e della propaganda, ne sono tutti consapevoli, anche se la consapevolezza non è in sé una soluzione dei problemi da affrontare.

Anche l’ultimo Consiglio europeo – il consesso in cui si ritrovano i governanti dei 27 Paesi Ue – ha ribadito quanto si afferma fin dal febbraio del 2022: la condanna della criminale aggressione russa e il sostegno all’Ucraina. Ogni tentativo di divisione è fallito. Blandizie e minacce di Putin sono state respinte al mittente. Lo stesso Orbán, che ci tiene a mostrarsi il più servile con il Cremlino, è così ben riuscito in questo suo intento da essere isolato e sotto procedura. Due anni fa questo scenario non era affatto scontato e l’averlo realizzato è un indubbio successo politico europeo. Ma non basta.

Sono (i capi di governo) e siamo (noi cittadini) consapevoli che si debba realizzare velocemente una integrazione difensiva europea. Non si tratta di coordinare le forze, ma di fonderle. Quasi tutti i Paesi dell’Ue, comunque i più grandi e armati, sono già parte della Nato e nell’Alleanza Atlantica condividono il coordinamento delle forze difensive. Il coordinamento c’è già, come anche il comando unico. Lavorare a una forza difensiva europea non è quindi sommare le forze armate di ciascuno, ma crearne una unica. Il che comporta quello che c’è già – ovvero una politica estera comune – ma in quel modo ci si impegna a che sia permanente. È moltissimo, ma ancora non basta.

Daniel Gros, economista tedesco di fama ed esperienza globale, ha sottolineato ieri su “La Stampa” quel che qui ripetiamo da tempo: la difesa comune impone industria comune e campioni produttivi europei, non nazionali. E questo porta a scelte che favoriranno la crescita dimensionale e la concentrazione produttiva, escludendo che si prosegua con scelte, gare e ordinativi fatti su base nazionale. Vale a dire che quel tavolo del Consiglio europeo è meglio resti bandito in permanenza, perché si tratta di scelte industriali non solo importanti ma capaci di scatenare egoismi e di esporre chi governa agli attacchi di chi si oppone (anche dentro il governo, come capita in Italia).

Se, per capirsi, un cantiere navale raddoppia le sue commesse gli effetti (positivi) si vedono subito dopo, mentre se una fabbrica deve cedere spazio al più bravo concorrente che si trova altrove gli effetti (negativi) si vedono subito. E subito qualcuno comincerà a specularci, in barba all’interesse nazionale complessivo.

Poi c’è il capitolo quattrini. Come in quello industriale, abbiamo tutti da guadagnarci. Già oggi come europei spendiamo per la difesa più della Russia ma non con altrettanta efficacia, essendo una spesa frammentata in 27 pezzi. Quindi prendiamo i soldi di ciascuno e li mettiamo in una cassa comune? Non facile e, ancora una volta, non basta. Perché la gran parte di quella spesa è assorbita dai costi fissi, è spesa corrente, mentre serve nuova spesa per investimenti. Ci sono margini nei bilanci di ciascuno Stato, ma prenderli da lì innescherebbe subito la richiesta di non contabilizzarli nel Patto di stabilità che, tradotto facile, significa nuovo debito nazionale. Ma essendo per uno scopo comune sarà migliore il debito comune. Logico ma anche egoistico, detto da un italiano: perché il nostro debito costa assai più di quello europeo e quello tedesco costa meno.

Quindi, morale della storia, abbiamo l’occasione di usare la difesa per migliorare la finanza, creando campioni industriali europei in Italia e rinunciando alle piccole rendite della spesa nazionale. Il che comporta un salto integrativo enorme, sicché questo sarebbe ricordato come il governo più europeista dopo il varo dell’euro. Guarda un po’ gli scherzi della Storia.

Ma il tempo è ora, perché dopo avere fermato Putin sarà un’altra storia e dopo non averlo fermato saremmo in guerra.

di Davide Giacalone

Bombe e bond

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2024-03-23 10:38:50

2024-03-23 09:38:50

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