AUTORE: Carlo Fusi
Che il Cavaliere, certamente invecchiato ma altrettanto certamente ancora lucido per lo meno su quel che lo interessa, non abbia grande considerazione dei suoi compagni di cordata Salvini e Meloni è difficilmente contestabile: sbobinati ‘rubati’ o meno. Soprattutto gli sembra inverosimile e inaccettabile che Lega e FdI civettino con le frange populiste e sovraniste dell’Est per smantellare l’edificio dell’Unione europea. E questo non solo perché Forza Italia ci ha messo del bello e del buono per essere accolta nel Ppe, ma più di tutto perché la cultura imprenditoriale di cui è impregnato e da cui discende il suo, chiamiamolo così, apporto in politica mai e poi mai potrebbe coniugarsi con l’opzione ideologica delle ‘piccole Patrie’.
Detto questo, c’è però un elemento che impedisce a Silvio Berlusconi di dichiarare il ‘liberi tutti’ nel suo schieramento. Intanto perché il centrodestra l’ha fondato ed essere proprio lui a intonarne il De profundis è complicato. E poi perché, finché resiste un meccanismo elettorale che contiene una quota di maggioritario tale da far vincere le coalizioni, sarebbe un suicidio presentarsi da soli. La presidential race nostrana, ossia la maratona verso il Colle, spande i suoi effluvi nebbiosi e avvolge di sé il dibattito politico, anche quello che formalmente riguarda temi assai lontani dalla scelta dei candidati. Finché quella partita non verrà chiusa l’ex presidente del Consiglio giocherà le sue carte, che non saranno di bandiera ma sono comunque destinate a pesare. Dopo, si vedrà.
Berlusconi potrebbe essere tentato dalla formula Ursula – quella che ha consentito di eleggere la von der Leyen alla presidenza della Commissione e che prevede l’intesa tra pezzi conservatori, il Pse e l’M5S – con entusiasmo se dovesse essere il treno che lo porta sul Colle. Se invece così non è (e non sarà), potrebbe provare la strambata in cambio della modifica della legge elettorale in senso proporzionale, cosa che gli consentirebbe in Parlamento, a urne chiuse, di imbastire trattative per un governo dove sarebbe comunque azionista di peso. Se così non sarà continuerà a svolgere il ruolo non di padre padrone (perché non potrebbe) ma neppure di padre nobile (perché non gli interessa) di uno schieramento potenzialmente maggioritario e perciò vincente: rimarrà il playmaker.
Resta che il centrodestra, come ancora si autodefinisce e come lo appellano i giornalisti, sempre più assomiglia a “L’Orlando innamorato” nel rifacimento di Matteo Maria Boiardo sul testo del poeta toscano Francesco Berni, e cioè di colui «che del colpo non accorto andava combattendo ed era morto». Il paradosso è che l’assassino non è nessuno dei tre: è SuperMario Draghi.
di Carlo Fusi
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- Tag: Italia
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