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title: "Vertice Italia-Africa, Meloni: “Il Piano Mattei parte da 5,5 miliardi”"
description: "Il Piano Mattei è stato presentato oggi a Roma, durante il vertice internazionale \"Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune\"."
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date: 2024-01-29
author: Claudia Burgio
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categories: [Politica]
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# Vertice Italia-Africa, Meloni: “Il Piano Mattei parte da 5,5 miliardi”

![Piano Mattei vertice Italia Africa](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/01/Piano-Mattei-vertice-Italia-Africa.png)

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2024-01-01 11:00:13

2024-01-01 10:00:13

Dobbiamo uscire dalla tristezza del mestare e riprendere la gioia del realizzare, come riesce all’Italia che compete

Quali siano le stagioni e gli anni decisivi lo stabiliscono il tempo e i posteri, non i contemporanei. Il 2024 vedrà la chiamata alle urne della più vasta area democratica del mondo: l’Unione europea prima e gli Stati Uniti poi. A queste elezioni si affiancherà la pagliacciata russa, con Putin in competizione con avversari morti ammazzati o chiusi in galera. Ogni elezione, nel mondo democratico, è l’inizio di una storia nuova. Ma ogni elezione è la continuazione di una storia nota. Il nostro mondo, democratico e libero, non è il migliore dei mondi immaginabili, ma il migliore di quelli esistenti. Gli esiti elettorali sono nelle mani degli elettori e possono dipendere da molti e diversi fattori. Quando prevale la razionalità pesano gli interessi, quando prevale la faziosità aumentano di peso le emozioni. Da quel che si scorge, nel nostro mondo, nessuna forza prevarrà nettamente sulle altre e nessun potere potrà prevaricare gli altri. In questo non risiede la nostra fragilità, ma la nostra forza. Solo in un mondo siffatto ci si alza la mattina e si può credere di cominciare a correre per sé e per i propri interessi, prendendo il passo della lepre. Altrove ci si sveglia sapendo di doversi difendere dalla prepotenza statale e si corre meno del dovuto, prendendo il passo del cane, che corre per il padrone.

Molti e significativi sono i problemi che ci trasciniamo dietro, ma il nostro Occidente resta il mondo della libertà, il più ricco e il più sano. In Italia viviamo però il trentennio dell’immobilismo, crescendo assai meno degli altri occidentali. Non è una questione congiunturale e il discorso non cambia se in qualche parentesi, come dopo la pandemia, facciamo meglio degli altri. Cresciamo meno anche perché l’idea di svegliarsi e correre per sé è considerata illusoria. Non senza ragioni. Troppa della nostra corsa è risucchiata dal fisco, che alimenta uno Stato sociale generoso, di cui potremmo essere orgogliosi se indirizzato ad aiutare i più deboli, ma di cui dovremmo indignarci se sviato a finanziare i falsi poveri e veri evasori fiscali, se deragliato in pensioni regalate a chi ha contribuito assai meno di quel che incassa. Un racconto distorto dell’uguaglianza spinge a tollerare un modello in cui non si mette ciascuno nella condizione di correre, ma si evita di premiare chi è più veloce. Abbiamo raccontato talune eccellenze chirurgiche, ma anche senza andare all’eccellenza provate a mettere piede in un Pronto soccorso di notte, non con le telecamere, non per documentare il sovraffollamento in momenti di emergenza, ma personalmente e nella normalità: ci sono fior di professionisti che non mollano davanti a niente e ci sono volontari che salgono e scendono dalle ambulanze. Corrono, eccome se corrono. Ma guadagnano quanto quelli che non ci sono e non ci saranno. Nella scuola abbiamo insegnanti bravissimi, ma guadagnano quanto gli analfabeti svogliati. Fra i banchi di scuole e università abbiamo ragazzi ammirevoli, ma li sottoponiamo al rallentamento dei somari. E non si può nemmeno dirlo, perché nell’imbastardimento del linguaggio sarebbe considerata una discriminazione, mentre quella che si pratica è a danno dei più bravi e a condanna di chi non è spinto alla sfida della conoscenza e lasciato all’indolenza. Così abbiamo più giovani che non studiano e non lavorano del resto d’Europa. E anziché porci il problema di come li si sprona, ci poniamo quello di come li si mantiene così come sono.

Correre e misurarsi non è darwinismo sociale, selezione che penalizza chi rimane indietro, ma libertà che aumenta il benessere di tutti e indica a chi non riesce la possibilità di riuscire altrove. Abbiamo bisogno di stappare l’Italia, di toglierle l’ostruzione asfissiante delle rendite improduttive e dei privilegi non meritati. Dobbiamo uscire dalla tristezza del mestare e riprendere la gioia del realizzare, come riesce all’Italia che compete.

Decisivo non è il 2024, ma ogni giorno a venire, ogni risveglio con la voglia di cambiare le cose. Auguri.

Di Davide Giacalone

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L'Italia che verrà

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2023-12-31 20:59:04

2023-12-31 19:59:04

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10438

2023-12-21 10:50:45

2023-12-21 09:50:45

L’accordo sul Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo è stato trovato, ma non in sé una soluzione

L’accordo sul Patto è stato trovato. Ne è soddisfatto il governo italiano, che si annette il geometrico merito d’essersi messo al centro. E ci mancherebbe, fossero questi i problemi. Quello di cui parliamo è il Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo, al termine di un negoziato che ha coinvolto i Paesi membri, il Parlamento europeo (che lo voterà in seduta plenaria) e la Commissione europea e che ne fissa i cinque pilastri. In buona sostanza: responsabile resta il Paese di primo approdo; si standardizzano identificazioni e dati biometrici; i Paesi che non accetteranno la distribuzione del carico umano saranno tenuti a un maggiore carico economico.

Fino a qualche settimana addietro era tutto uno sgrugnarsi di rimproveri reciproci e di finte rotture. Noi guardavamo la sostanza, tenevamo in conto la realtà reale e non la narrativa mendace della serie «L’Italia è stata lasciata sola» e ritenevamo l’accordo non soltanto possibile ma a portata di mano. Così è stato e il copione si replica con l’altro Patto, quello economico e intitolato alla stabilità e alla crescita.

Convergere su un Patto europeo è buona cosa, ma non in sé una soluzione. Che le frontiere esterne di ciascun Paese fossero frontiere esterne europee era già assodato, mentre i Paesi governati da sovranisti, a Est, avevano impedito la monetizzazione del rifiuto allo smistamento. Che non è e non sarà automaticamente accoglienza. Ora il Parlamento europeo fa un importante passo in avanti, in accordo con la festante Commissione europea (la cui presidente ha parlato di accordo «storico», e bisognerà che ci si rassegni all’idea che la storia la scrivono i posteri, mentre i contemporanei compiono scelte). Non di meno il problema resta intatto, molti altri proveranno a entrare illegittimamente, i respingimenti resteranno complicati. Ma si è fissata la procedura con cui affrontare il problema. E non è poco.

Analogo ragionamento vale sul lato economico. I debiti alti – il nostro lo è esageratamente – restano tali. Contabilizzare questa o quella spesa (ad esempio i soldi spesi nella difesa) ai fini dell’equilibrio fra Stati non modifica il fatto che i soldi presi in prestito comunque debito rimangono. E se crescente il problema aumenta, anche ove non contestato dalle autorità europee. Ma convergere sui criteri è molto importante perché crea le condizioni dell’argine comune, togliendo terreno ad attacchi speculativi e lasciando attive le difese comuni. Le difficoltà nel rispettare gli accordi – evocate sia dalla presidente del Consiglio che dal ministro dell’Economia – sono reali, ma di gran lunga meno dolorose e pericolose del non avere un Patto attivo.

Ricordato ancora una volta che il Meccanismo europeo di stabilità non c’entra nulla, non c’è alcun nesso e che l’idea di gestire un negoziato ‘a pacchetto’ la si può vendere a qualche elettore sprovveduto ma è priva di fondamento, quindi sottolineato ancora che allungare questo strazio serve soltanto a rendere più dolorosa l’inversione a U che le forze al governo dovranno fare (mi pare che la Lega abbia già trovato la formula: siamo contrari, ma ci rimettiamo a Meloni), il problema italiano è la consapevolezza che non sono reali i conti ancora da approvare. Fra Natale e la fine dell’anno, con puntuale rispetto della tradizione e del palpitante ultimo minuto (ma tanto non succede niente), sarà approvata una legge di bilancio che – nello stabilire in che modo e in che misura sarà ridotto il debito pubblico nel corso del 2024 – parte dall’assunto che la nostra crescita sarà dell’1,2%. Il che è fuori dalla realtà e la Banca d’Italia prevede che cresceremo della metà, lo 0,6%. Quindi saranno votati conti che già si sa dovranno essere rifatti. Quello è il nostro problema, serio.

Il dilemma politico sta da un’altra parte: come praticare scelte sagge, che portano a maggiore integrazione europea, dopo avere lungamente sostenuto il contrario. Ma l’arte delle parole è materia in cui l’eccellenza abbonda, fra le file della politica.

di Davide Giacalone

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2023-12-21 08:07:34

2023-12-21 07:07:34

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10438

2023-12-20 17:00:33

2023-12-20 16:00:33

Il governo di Giorgia Meloni si trova davanti a tre appuntamenti importanti con la storia, tutti con una valenza nel presente e proiezione di risultati nel futuro

Se ci si spinge oltre la superficialità delle contrapposizioni politiche, se si riesce a superare la fitta coltre delle fastidiose esagerazioni propagandistiche, si può cogliere il senso delle cose che si accingono ad accadere e rendersi conto di quanto certe raffigurazioni teatranti siano lontane dalla realtà.

Due punti ci aiutano a provarci: l’idea che il governo Meloni possa non essere il governo di tutti gli italiani e la supposizione che i poteri del Quirinale debbano essere ricondotti al dettato costituzionale. Due sciocchezze. Che rimangono tali anche se trovano propalatori animosi e altolocati.

In una democrazia è del tutto ovvio che quanti hanno votato per i partiti di maggioranza apprezzino maggiormente il governo, rispetto a quanti hanno dato il loro voto a partiti che si ritrovano all’opposizione. Questo non significa che fra i primi vi siano solo zucconi per cui tutto quello che fa il governo è giusto e fra i secondi vi siano solo i loro colleghi, per cui è tutto sbagliato. Il che non toglie che ogni legittimo governo della Repubblica – come legittimi sono stati tutti i governi succedutisi dopo l’emanazione della Costituzione – sia il governo di tutti gli italiani.

Ma, a parte la questione formale, ci sono anche aspetti sostanziali.

Il governo Meloni si trova davanti tre appuntamenti con la storia: a. la realizzazione di quanto previsto dal Pnrr e finanziato dai fondi europei Ngeu; b. la negoziazione delle modifiche all’europeo Patto di stabilità e crescita; c. l’impostazione del negoziato – si vedrà poi se anche la sua conclusione – per l’allargamento delle materie su cui sia possibile, in Unione europea, votare a maggioranza (senza il vincolo dell’unanimità e, quindi, il potere di veto in capo anche a uno solo). Ciascuno di questi appuntamenti ha una valenza nel presente e proietta i suoi risultati nel futuro, sicché il governo ha un potere presente ma ne estende i risultati nel futuro.

Soltanto degli irresponsabili possono puntare su un filotto di fallimenti, pagando il prezzo del disastro pur di incassare il premio della faziosità. Ma questo non significa rinunciare a far politica od opposizione, semmai dovrebbe indurre a farla seriamente, condizionando il governo e non tacendone le contraddizioni.

Sul primo punto, il Pnrr, il governo avrebbe potuto scegliere di rinunciare subito ai due terzi dei fondi, che sono prestiti (a tasso agevolato), prendendone solo un terzo (a fondo perduto). Non solo non lo ha fatto – giustamente – ma ha ribadito di volere spendere fino all’ultimo centesimo. Il che comporta il riconoscimento di quanto vantaggiosa sia l’integrazione europea e di quanto quei prestiti, indirizzati a investimenti, siano più convenienti di quel che lo Stato sovrano raccoglie sul mercato. Sul secondo, il Patto, il governo avrebbe potuto approfittarne per dire che non accetta vincoli e che ciascuno si fa i fatti propri in casa propria. Non lo ha fatto – giustamente – perché riconosce che senza la protezione delle regole europee il primo Paese a trovarsi nella palta sarebbe l’Italia.

Sul terzo, il modo in cui si vota, avrebbe fatto il contrario di criticare la difficoltà di giungere a decisioni e non avrebbe indotto l’Ungheria a non mettere il veto sull’ingresso dell’Ucraina, rivendicando il sovrano diritto di ciascuna Nazione a occuparsi soltanto di sé. Non lo fa – giustamente – perché sarebbe un suicidio. Folcloristico, ma suicidio. Eppure quei tre errori, fortunatamente non commessi, sarebbero stati coerenti con le sconclusionatezze da diversi di loro sostenute nel recentissimo passato.

E veniamo al Quirinale. Il Presidente Mattarella ha fatto osservare che un’Europa divisa è esattamente quel che vuole Putin, servendo gli interessi russi. Dando al governo la migliore copertura ideale del perché serve più e non meno Ue. È un peccato che la caciara dei polemisti a tre palle un soldo riesca a oscurare il vero terreno su cui il confronto e lo scontro politico dovrebbero articolarsi. Alla vigilia di un Eurosalto.

di Davide Giacalone

Eurosalto

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eurosalto

2023-12-20 08:30:50

2023-12-20 07:30:50

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