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2 agosto 1980, il ricordo della strage alla Stazione di Bologna

Bologna 2 agosto 1980, all’improvviso il botto. Il ricordo di quella strage di stampo terroristico.

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Quel 2 agosto sembrava una giornata come le altre. Stavo ancora sciogliendo le braccia perché al mattino devo lavorare con più attenzione: il tempo ha un valore diverso di giorno rispetto alla notte, non puoi sbagliare neanche di un secondo perché metti il caso che qualcuno debba prendere un treno e lo perda perché io sono indietro di un minuto… Capite che responsabilità ho? Alla sera, invece, le persone sono più rilassate e ti puoi permettere anche di perdere qualche colpo, tanto nessuno ci fa particolarmente caso. Mi guardavo intorno perché io, dall’ala Ovest, ho una bella vista su tutta la Stazione, sono un privilegiato. 

C’era il solito via vai. Chi stava per partire per le ferie con le valigie stracolme e chi invece doveva prendere un treno per lavoro o, magari, per amore. C’erano le solite facce. I ferrovieri, il ragazzo dell’edicola, una coppia di suore, qualche sfaccendato che girava intorno alla piazza. Poi all’improvviso ho sentito un botto, il muro che tremava e dopo ho visto solo la polvere. Riuscivo a sentire però. Sentivo le urla della gente. E mi sono fermato. Non riuscivo più ad andare avanti, per quanto ci provassi. Erano le 10,25 del 2 agosto 1980. Da quel momento in poi ho ricordi vaghi. Vedevo i feriti, persone che correvano da una parte all’altra, una bambina che piangeva. Il 37, l’autobus che vedevo passare tutte le mattine, ora aveva le lenzuola sui vetri per trasportare i feriti. Ricordo la gente che scavava tra le macerie, cittadini comuni che cercavano di aiutare come potevano. 

Dicevano che era scoppiata una caldaia. Ma io lo sapevo che non poteva essere. Quel giorno ho visto Bologna come non l’avevo vista mai. Io sono rimasto lì, fermo, inerme spettatore di quella tragedia. Non avrei mai pensato che, da quel giorno in poi, sarei diventato un simbolo. Le mie braccia ferme sono diventate uno strumento potente: lo strumento della memoria. Attraverso la metafora del tempo che si ferma credo di aver aiutato, nel mio piccolo, a capire che nonostante tutto, alla fine, siamo riusciti ad andare avanti, a non arrenderci. A un certo punto, anni dopo, qualcuno pensò che era tempo di farmi tornare al lavoro. Ma la gente ha detto no. Dovevo restare per sempre inchiodato a quell’ora. Per ricordare quando una città e un Paese, colpiti al cuore, mostrarono la forza di reagire a chi voleva che vivessimo nel terrore. 

Quanta gente ho visto passare qui sotto, da lì in poi. Qualche padre che mi indica mentre spiega al figlio il motivo per cui l’ora che mostro è sbagliata, tanta gente che qui sotto ha fatto promesse di verità alle quali forse non credeva neppure, qualcuno che mi guarda e si commuove perché in quel momento qui c’era anche lui. Guardo ancora la città dall’ala Ovest.

Una città diversa che però, ogni 2 agosto, si raduna qui per ricordare quelle 85 persone per le quali davvero il tempo quel giorno si è fermato. E io, a modo mio, aiuto a far sì che non vengano mai dimenticate. Io, l’orologio della Stazione di Bologna. 

Di Stefano Faina e Silvio Napolitano 

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