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title: Addio algoritmo, il lavoro si conquista di nuovo parlando
description: I colloqui di lavoro tornano dal vivo. Dopo anni le aziende si sono accorte che c’è un piccolo problema nei colloqui virtuali
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date: 2025-09-07
author: Stefano Faina
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/addio-algoritmo-il-lavoro-si-conquista-di-nuovo-parlando/
categories: [Società]
tags: [lavoro, società]
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# Addio algoritmo, il lavoro si conquista di nuovo parlando

![Addio algoritmo, il lavoro si conquista di nuovo parlando](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/09/Addio-1024x639.jpg)

Le stesse aziende che si sono affidate all’intelligenza artificiale per selezionare i candidati (perché troppo pigre o troppo oberate per leggere i *curricula*) ora si trovano di fronte candidati generati proprio da intelligenze artificiali

Per anni ci hanno raccontato che la tecnologia ci avrebbe liberati: niente più spostamenti inutili, niente più uffici grigi con *moquette* tristi, niente più selezionatori che ti fissano mentre sudi sulla sedia. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale. E ci ha fregati tutti. La notizia è semplice: i colloqui di lavoro tornano dal vivo. Dopo anni di *call* su Zoom, Meet e piattaforme dai nomi motivazionali, le aziende si sono accorte che c’è un piccolo problema nei colloqui virtuali: i candidati sono sempre più *fake*. Letteralmente.

Rispondono alle domande con l’aiuto di ChatGpt, si fanno sostituire da AI addestrate a conversare di *problem solving* e *soft skills*, e in alcuni casi non sono neppure loro. C’è chi si è presentato al colloquio con un volto *deepfake*, una voce clonata e un *curriculum vitae* più truccato di Boy George ai tempi d’oro. E così molte aziende – fra queste Cisco, McKinsey e Google – hanno deciso di rispolverare l’unica arma efficace rimasta: la realtà. Vogliono vedere se esisti davvero, se hai due gambe, una voce naturale e un minimo di spontaneità non generata da *prompt*.

Insomma, tornano i colloqui vecchio stile. Con le sedie scomode, le camicie stirate all’ultimo minuto, la stretta di mano maldestra e il panico da ascensore bloccato. Altro che futuro: stiamo tornando al passato per difenderci da un presente troppo *smart*. Ma attenzione: non è soltanto una questione di competenze gonfiate. In certi casi, dietro il candidato brillante e puntuale che risponde con eleganza a ogni domanda, non c’è nemmeno un singolo essere umano ma, come scoperto da un’indagine dell’Fbi, una rete di truffatori (nordcoreani nel caso specifico) che mirano a ottenere un lavoro remoto solo per incassare lo stipendio e dirottarlo verso qualche regime.

Il paradosso è servito: le stesse aziende che si sono affidate all’intelligenza artificiale per selezionare i candidati (perché troppo pigre o troppo oberate per leggere i *curricula*) ora si trovano di fronte candidati generati proprio da intelligenze artificiali. Una catena di montaggio dove nessuno è davvero presente, tranne l’algoritmo. E allora giù la maschera. Anche perché, ammettiamolo, è difficile farsi sostituire da una voce AI quando devi affrontare una lavagna bianca con un problema di codifica da risolvere in tempo reale.

Nel frattempo il mercato del lavoro s’interroga: è più disonesto chi imbroglia con l’AI per ottenere un posto o chi pubblica annunci con richieste impossibili a 1.200 (o meno) euro lordi al mese? Perché qui il problema non è soltanto la tecnologia, ma la disfunzione sistemica di un mondo del lavoro che sembra scritto da Kafka e programmato da un *recruiter junior* su LinkedIn. Secondo un’indagine Gartner, il 6% dei candidati ammette di aver barato. Una cifra bassa, certo. Ma alta abbastanza da seminare il sospetto ovunque. E così, per ogni candidato brillante che arriva puntuale e con le idee chiare, c’è ormai un selezionatore che si chiede: sarà vero o è ChatGpt col vestito buono?

Battute a parte, alla fine l’unica intelligenza davvero richiesta sembra essere quella emotiva. Quella che ti permette di leggere in faccia se uno ha voglia di lavorare o sta solo recitando un *prompt* ben scritto. Quella che nessun algoritmo, per ora, è in grado di replicare. E quindi rieccoci lì: in sala d’attesa, con il *curriculum* stampato, il nodo alla cravatta storto e il deodorante messo due volte. Come nel 1998. Ma con un’ansia nuova: non quella di non sembrare bravi abbastanza, ma quella di dover dimostrare di essere veri, in tutti i sensi. Bentornati nel mondo reale. Dove almeno, per ora, la stretta di mano non può essere finta. Forse.
