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“Ai parl italian” (ancora per poco)

Basta con l’uso spasmodico di acronimi, soprattutto inglesi. La richiesta arriva da Sergio Mattarella che ha ricordato l’importanza dell’uso della lingua italiana, prima che alcune parole spariscano per sempre. 

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Il Presidente Sergio Mattarella ha a cuore l’Italia e l’italiano, tanto da aver caldeggiato un maggior utilizzo della nostra lingua madre, senza alterazioni come un uso spasmodico degli acronimi, soprattutto inglesi . «Sarebbe utile condurre degli studi per approfondire le conseguenze dell’uso smisurato degli acronimi sul linguaggio e sulla facilità di comunicazione» ha detto il Capo dello Stato nel corso dell’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Università degli studi di Siena. 

La necessità di tornare alla lingua italiana 

Il problema, in effetti, è comune a moltissimi italiani, in particolare a quelli più in là con gli anni, poco predisposti a un linguaggio che abbrevia i tempi ma che non semplifica e non aiuta la comprensione di alcune parole. Acronimi così numerosi, che spesso li utilizziamo o li leggiamo senza neanche accorgercene e nemmeno conoscere il nome per esteso. Un esempio? Parole come INPS, SIM, RAI e persino Ikea – acronimo del fondatore Ingvar Kamprad e dei suoi luoghi del cuore, Elmtaryd e Agunnaryd. 

Una terminologia che, da un lato abbrevia i tempi necessari per pronunciare parole lunghe, ma dall’altro non semplifica la vita a moltissimi italiani, che spesso si imbattono in acronimi di difficile comprensione, soprattutto in ambito fiscale. TARI, IMU sono solo alcuni esempi di termini che sentiamo spesso ma di cui non tutti conoscono il significato. Si rischia così di creare una maggiore distanza tra il cittadino e le istituzioni. 

Nostalgia canaglia

Nonostante il progresso e la numerosa aggiunta di nuovi acronimi, molti italiani in vena nostalgica, rimangono affezionati alle vecchie abbreviazioni e continuano a chiamare enti e nuove aziende ancora con il loro vecchio nome: USL al posto di ASL, SIP al posto di TIM.

Qual è l’acronimo più antico?

Non è mai stata stabilita una data di nascita esatta degli acronimi, ma il primissimo parrebbe risalire ai tempi di Cristo – INRI – formato dalle iniziali della frase latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, in italiano “Gesù di Nazaret, re dei giudei”.

Nel corso del tempo l’uso degli acronimi è andato via via aumentando, soprattutto grazie al sopravvento della lingua inglese e della tecnologia. Una società sempre più “liquida” e veloce, con il piede che schiaccia sull’acceleratore, spinta a risparmiare così tanto tempo da non volerne investire troppo persino nel comunicare. Spesso lasciando il posto, però, all’incomprensione. 

Un linguaggio comprensibile a tutti

Considerando inoltre che la popolazione italiana è ormai composta da tantissimi migranti, sarebbe necessario che gli acronimi siano comprensibili ai più. Per esempio il sito dell’INPS nemmeno nella sua home page non presenta il suo nome completo – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale – per essere più comprensibile anche a chi non è cittadino italiano. Cosa che invece ha fatto l’ INAIL riportando il nome per intero: Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro. 

E ancora, la dimostrazione di un abuso della terminologia inglese si ha in questi giorni, con l’utilizzo della parola booster al posto di terza dose, con il rischio che un messaggio così importante non arrivi a tutti. 

Nonostante l’inglese sia la lingua più parlata al mondo, c’è chi si distingue e mostra un attaccamento alla propria lingua. In Brasile accade per esempio che parole inglesi diventino “portoghesi” semplicemente aggiungendo una vocale finale, come la parola Facebook declinata in Facebooke; così nel resto del Sudamerica come nei Paesi di lingua francese il termine AIDS (Acquired immune deficiency sindrome) è stata sostituita dal termine SIDA (sindrome da immunodeficienza acquisita)

Tornare ad utilizzare di più la nostra amata lingua madre significa non vedere sparire per sempre parole che oggi già cominciamo a usare con sempre meno frequenza. Chi ci assicura che i figli dei nostri figli, non parleranno un giorno così: “Faccio un break, che tra poco ho una call”, non per darsi delle arie ma perché semplicemente non conosceranno l’esistenza di parole come “pausa” e “chiamata”.

di Claudia Burgio

 

 

 

 

 

 

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