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La pendolare estrema e le domande da fare

Il caso limite della bidella napoletana che pur di lavorare a Milano si fa 10 ore di treno al giorno
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La pendolare estrema e le domande da fare

Il caso limite della bidella napoletana che pur di lavorare a Milano si fa 10 ore di treno al giorno
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La pendolare estrema e le domande da fare

Il caso limite della bidella napoletana che pur di lavorare a Milano si fa 10 ore di treno al giorno
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Il caso limite della bidella napoletana che pur di lavorare a Milano si fa 10 ore di treno al giorno

È un caso limite, una storia estrema quella della bidella napoletana che pur di lavorare a Milano, non potendo permettersi un alloggio in città, fa la pendolare dal capoluogo partenopeo sobbarcandosi 10 ore di treno al giorno.

Come possa accadere, in realtà, è ben noto, considerato che i posti di lavoro di questo tipo sono più numerosi al Nord e i candidati per i medesimi decisamente più numerosi al Sud.
Vedersi assegnata come sede una città settentrionale, dunque, non è certo una sorpresa. Metteteci il caro affitti – fenomeno non solo milanese, ma più pesante dove il costo della vita raggiunge i picchi in Italia – e potrà apparirvi meno lunare il calcolo della volenterosa bidella napoletana.
Lo stipendio è di 1165 € e non bisogna essere dei geni della matematica per arrivare alle stesse conclusioni di questa giovane donna. Una scelta pesantissima, impossibile da reggere per più di qualche mese, aspettando presumibilmente il trasferimento a una sede più vicina a casa.

In questa storia, però, non c’è solo la vicenda personale di una lavoratrice, ma anche il riflesso di antiche abitudini e consuetudini ormai messe fuori gioco dal mercato del lavoro. Compreso l’impiego statale che continua a essere il “sogno“ di tanti nel Mezzogiorno, accompagnato dalla “pretesa“ del lavoro sotto casa.
Non è il caso di questa bidella, davanti alla quale c’è da alzarsi in piedi. Perché nella sua vita di fatica intravediamo una scheggia di quell’Italia del secondo dopoguerra che attraverso sacrifici enormi seppe costruire la nostra ricchezza di oggi e permise ai figli degli immigrati di studiare e diventare la borghesia di domani.

Un valore spesso dimenticato oggi, mentre è giusto (non cattivo!) ricordare che la scelta di cosa studiare va fatta anche pensando agli sbocchi professionali, che è irrealistico credere di poter lavorare tutti nei pressi del “nido” e che abbiamo una gigantesca esigenza di formare lavoratori qualificati, dai tecnici specializzati ai laureati, per quelle decine di migliaia di posti di lavoro che non riusciamo a coprire.

Ho partecipato ieri sera a un dibattito televisivo sul caso della bidella e mi sono trovato solo a provare a sottolineare queste urgenze, mentre tutto il resto era la solita, lacrimevole lamentatio sullo sfruttamento dei lavoratori. Senza uno straccio di analisi.
Fino al trionfo del professore universitario che esclama: “Ma se l’università si è PIEGATA al mondo del lavoro!”. Piegata?! Cosa di grazia dovrebbe fare l’università, se non preparare i lavoratori di domani? Queste torri d’avorio hanno stufato, perché sono costruite a scapito degli interessi dei nostri ragazzi.

Di Fulvio Giuliani

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