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Concorsi universitari truccati

Il fenomeno dei concorsi universitari truccati e pilotati non rappresenta, purtroppo, un’anomalia nel nostro Paese. C’è un modo per risolvere il problema.

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L’ultimo scandalo dell’università italiana, riguardante tanto per cambiare i concorsi, non fa che confermare quanto ormai è a conoscenza di tutti: da tempo l’università non è più il tempio della conoscenza, il luogo in cui i migliori formano classe intellettuale, professionisti e classe dirigente, ma un deprimente luogo di occupazione familistica a tutto vantaggio di chi può vantare – come unico titolo – parentela, amicizia o clientela col professore di turno.

Negli ultimi anni, forse anche in seguito alle numerose inchieste giudiziarie, il fenomeno sembra essere diventato una regola assoluta e alla quale nessun ateneo, nessun settore scientifico deroga. Colpisce anche l’indifferenza verso le stesse inchieste della magistratura che, al di là delle eventuali condanne, non hanno scalfito il meccanismo né hanno influenzato la posizione e la carriera dei docenti coinvolti. Chi ha risentito di questo malcostume, divenuto normalità, è il prestigio internazionale delle nostre università, non certo tra le migliori quanto a performance. Del resto i nostri migliori ricercatori, spesso esclusi dal sistema familistico accademico, contribuiscono in modo determinante alle buone performance di quelle università che all’estero li accettano, valutandoli per ciò che valgono.

Il fenomeno dei concorsi universitari truccati e pilotati non rappresenta purtroppo un’anomalia nel panorama nazionale, ma si inserisce in un andamento generalizzato della vita pubblica del Paese. È evidente che non è pensabile di risolvere il problema attraverso la superfetazione di regole inefficaci o facilmente aggirabili, o per via giudiziaria. L’unico modo è creare le condizioni per cui il reclutamento di ricercatori mediocri sia non conveniente o addirittura dannoso per gli interessi del reclutatore. Un modo per raggiungere questo scopo è, a mio solitario parere, rendere stabile e non più precario il ruolo di ricercatore universitario e rendere precario e non più stabile quello di professore.

L’attuale precarizzazione dei ricercatori universitari rende il ruolo poco appetibile per chi – dopo gli anni di laurea, eventuale specializzazione, master o dottorato – si trovi ultratrentenne a concorrere per una posizione precaria e senza la certezza di una progressione di carriera; certezza che, come le inchieste in corso dimostrano, è determinata da fattori che nulla hanno a che vedere con merito, studio e produttività scientifica. Al contrario di quanto avviene oggi, sono proprio i professori a dovere essere resi precari, a vedere la loro permanenza nel ruolo legata ai risultati didattici e scientifici conseguiti e di conseguenza anche alle capacità dei propri allievi e collaboratori. Bisognerebbe introdurre valutazioni qualitative almeno triennali e, dopo due valutazioni insufficienti, il docente inadeguato dovrebbe perdere il ruolo ricoperto. Solo un professore la cui permanenza in cattedra dipenda dalla forza e dalla costanza del gruppo che ha creato avrà interesse a promuovere i bravi e meritevoli.

Di Cesare Greco

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