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Di rosa, di azzurro e di altre storie da mamma e papà

Diventare genitori è sempre più uno slalom fra i luoghi comuni: mamma e papà devono affrontare problemi che fino a pochi anni fa nemmeno esistevano. Giocando a fare i progressisti non educheremo generazioni più consapevoli

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Diventare mamma e papà è sempre più uno slalom fra i luoghi comuni. A parole, tutti sembrerebbero impegnati per creare le migliori condizioni possibili a una futura famiglia. Nella realtà, chiunque abbia esperienza ‘sul campo’ conosce la siderale distanza fra i proclami e la realtà. I servizi all’infanzia restano drammaticamente sottodimensionati e legati spesso a parametri fiscali tragicomici, per cui risulta ‘ricca’ una coppia del tutto normale, con le conseguenze del caso sui costi da sostenere. Quanto scritto nel numero di sabato, sull’assegno unico per le famiglie, è solo uno dei tanti esempi al riguardo.

La trafila per iscrivere i bimbi ai nidi pubblici è un altro caso di scuola, al punto che molti vi rinunciano consapevoli di avere scarsissime possibilità di accedervi o con rette pressoché uguali a quelle di molte strutture private. Facciamo molte chiacchiere, insomma, ma di fatti se ne vedono ancora pochini, a fronte di una società che ha rimandato i tempi per la genitorialità in modo smisurato, non solo per più che comprensibili motivazioni legate alla formazione e alla carriera delle future mamme e dei futuri papà. I figli, siamo onesti, oggi non sono spesso vissuti come una priorità entro i 35 anni e se non ce lo diremo con assoluta franchezza continueremo a girare in tondo.

Per carità, pesa l’incertezza del futuro e la sconsiderata narrazione dei giovani senza speranza, ma facciamoci la cortesia di guardare in faccia anche l’egoismo che c’è intorno a noi. Far figli è tosto, per quanto meraviglioso possa essere. È lo spartiacque della vita: da quel giorno, non sarai mai più tu (almeno non solo) la priorità per decenni.

Sembrano banalità, ma non lo sono in un Paese che ha scelto di prendersi cura dei propri ragazzi a parole, abbandonandoli al loro destino nei fatti. In una società, poi, sempre più matura – eufemismo per non dire vecchia – e assuefatta all’idea di vedere veramente pochi pupi in giro, ci si balocca con temi costruiti ad arte, perfetti per occupare il dibattito social o di una certa cultura di moda.

Le mamme e i papà di oggi si trovano, così, ad affrontare problemi del tutto sconosciuti solo una manciata di anni fa. Parlo per esperienza, da genitore di una femmina e due maschi: anche chi in tutta franchezza si sente lontano o banalmente disinteressato al tema gender finisce per sbatterci contro. Per quanto possa valere, non ho mai – credo di poter parlare anche per la mamma – spinto la bambina o i bambini a giocare solo con bambole o macchinine.

Non ho/abbiamo mai insistito per vestitini da signorina per lei o mise da futuro ometto per loro. Crediamo di averli educati nell’equilibrio e nel rispetto delle differenze, sin dalla più tenera età. Provando a far comprendere il tesoro nascosto nell’avvicinarsi a culture e sensibilità diverse. Eppure, la femmina amava le bambole e vestirsi da principessa (pure rosa!) e i maschi amano “Paw Patrol”, mostri, macchine e motociclette e sono del tutto disinteressati alle Winx. Vanno forte anche i Barbapapà, unisex come pochi. Questo cosa significa? Niente. Significa magari che impiccarsi alle parole, alle mode, al rispetto di qualcosa che i bambini – gli esseri più istintivi e puri al mondo – neppure considerano è una pericolosa mania.

Si inventano problemi che non esistono, restando alla superficie di altri ben più pressanti. Come elencato. Litighiamo furiosamente sui pronomi (ho già scritto della vicenda del she/her, he/him, they/them) e perdiamo di vista quello che dovrebbe essere il cuore del nostro sforzo: educare dalla più tenera età all’essenza della parità fra i sessi, al rispetto e al valore delle differenze.

Non è un risultato raggiungibile declinando al femminile le classi miste – vicenda qui raccontata da Lady Jane – dichiarando guerra al rosa e all’azzurro enegando che delle distinzioni ci saranno sempre. Giocando ai super progressisti, mentre lasciamo le famiglie e le mamme in particolare alle prese con i problemi di sempre, non educheremo generazioni più sviluppate e consapevoli. Ci si scambierà qualche like fra gente che la pensa esattamente allo stesso modo, accusando il ‘sistema’ e la ‘società’ del proprio mancato coraggio di far figli e giocare con bambole e soldatini senza troppe storie.

 

di Fulvio Giuliani

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