Il discorso della studentessa di Padova è toccante, ma sbagliato
| Società
Il discorso della studentessa di Padova contro l’istruzione “troppo competitiva”, è sbagliato. Bisogna piuttosto insegnare ai ragazzi a vivere le sfide del mondo
Il discorso della studentessa di Padova è toccante, ma sbagliato
Il discorso della studentessa di Padova contro l’istruzione “troppo competitiva”, è sbagliato. Bisogna piuttosto insegnare ai ragazzi a vivere le sfide del mondo
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Il discorso della studentessa di Padova è toccante, ma sbagliato
Il discorso della studentessa di Padova contro l’istruzione “troppo competitiva”, è sbagliato. Bisogna piuttosto insegnare ai ragazzi a vivere le sfide del mondo
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AUTORE: Annalisa Grandi
«L’Università non è una competizione». Ma anche sì. Il discorso molto toccante della studentessa che a Padova ha puntato il dito contro il sistema dell’istruzione negli atenei è certo d’effetto. Peccato che si fondi su basi sbagliate. L’innesco è nel triste suicidio di una coetanea qualche settimana fa. Il tema sarebbe quello di una competizione esasperata che finisce per risultare distruttiva fino alle più estreme conseguenze.
Partiamo da un presupposto: chi decide di togliersi la vita non lo fa perché ha preso un brutto voto o non ha passato un esame. Quello è semmai solo un detonatore. Sotto c’è ben altro e negarlo significa banalizzare. Poi esistono dei temi da affrontare come quelli delle borse di studio, dell’accesso a certe facoltà per persone che non hanno enormi disponibilità economiche. Questo esiste, il resto è una forzatura.
La competizione fa parte della vita e all’università non si è più bambini. Gestire la pressione è essenziale per poter poi entrare nel mondo del lavoro, dove occorre produrre risultati. Stessimo parlando di bambini delle elementari o pure di ragazzini delle superiori, sarebbe diverso. Qui parliamo di giovani che stanno concludendo un percorso per poi entrare nel mondo degli adulti. Tra l’altro con l’indubbio vantaggio di potersi spesso permettere di temporeggiare. Di rifare, di rifiutare voti. All’università gli esami non sono certo un dentro o fuori.
Quindi per carità, col massimo rispetto delle fragilità di ciascuno, non nascondiamoci sempre dietro un dito. Soprattutto non puntiamo sempre l’indice contro il “sistema”. Poi sicuramente esistono atenei dove è necessario essere eccellenti. Perché la realtà, fuori dalle aule, è dura. Le aziende scelgono i migliori. O vogliamo negarlo, illudendoci che tenere i ragazzi nella bambagia li aiuti a prepararsi al futuro? È giusto che l’ultimo step del mondo dell’istruzione rimandi a ciascuno l’esatta dimensione delle proprie prospettive. Giusto e utile.
Questo non significa che un giovane che non eccelle a scuola sia destinato a un futuro grigio. Magari semplicemente non ha ancora trovato la sua strada. Però la deve trovare. E sbattere contro qualche muro, metaforico, può paradossalmente avere un effetto positivo. Tutti credo abbiamo avuto qualche compagno di classe o di corso che era scolasticamente un disastro ma si è fatto comunque strada nella vita. Basta saper accettare anche le sconfitte, saper da quelle ripartire per ricostruirsi. Perché la scuola comunque prima o poi finisce, e allora poi con chi ce la prendiamo? Forse con chi è più bravo di noi? Perché anche questo è diventato un tema: esaltare l’eccellenza pare essere l’ennesimo errore del mondo degli adulti. Da qualsiasi parte lo si guardi, quello che non va sta sempre all’esterno, secondo questo tipo di ragionamento.
Quello che può funzionare meglio, va fatto funzionare meglio. Ma questi ragazzi devono anche imparare a gestire le paure, le sconfitte, i problemi. Altrimenti va bene un Blanco che spacca tutto e poi si autoassolve dicendo di essere stato autentico. Misurarsi con le sfide, con una realtà competitiva, è una palestra per l’avvenire. Non una catastrofe. E si diventa davvero adulti quando lo si comprende. Quando si capisce che fa parte del gioco e che non è un mondo che si accanisce contro i più deboli. Le fragilità vanno rispettate, chi è realmente in difficoltà va supportato. Il resto, spiace dirlo, sono scuse. Controproducenti innanzitutto per chi le accampa.
Di Annalisa Grandi
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