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Ercolano, come si mangiava 2000 anni fa

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Tra i resti di Ercolano, il cibo diventa una testimonianza silenziosa della vita quotidiana di duemila anni fa

Ercolano, come si mangiava 2000 anni fa

Tra i resti di Ercolano, il cibo diventa una testimonianza silenziosa della vita quotidiana di duemila anni fa

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Ercolano, come si mangiava 2000 anni fa

Tra i resti di Ercolano, il cibo diventa una testimonianza silenziosa della vita quotidiana di duemila anni fa

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Un chicco di grano carbonizzato, un pezzo di pane annerito dal tempo: ciò che il Vesuvio ha distrutto, la cenere ha conservato. Tra i resti di Ercolano, il cibo diventa una testimonianza silenziosa della vita quotidiana di duemila anni fa. Oggi questi frammenti rivivono in una mostra che racconta cosa mangiavano gli antichi ercolanesi e come vivevano il rapporto con il cibo. Una storia di sapori e abitudini domestiche che ci mette in contatto con i gusti e i sapori prediletti dagli abitanti della città prima dell’eruzione.

Intitolata “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola a Ercolano”, la mostra fa rivivere la struggente quotidianità alimentare dell’antica Herculaneum, sepolta da una colata di magma in seguito all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.. Promossa dal Parco archeologico di Ercolano (in collaborazione con la Fondazione ente ville vesuviane), è ospitata nelle sale affrescate della vanvitelliana Villa Campolieto, nella cittadina vesuviana. Sarà visitabile fino al prossimo 31 dicembre.

All’ingresso gli scheletri dei fuggiaschi ritrovati sulla spiaggia. Che ci ricordano che in quella città (riscoperta a partire dal 1710) a commerciare, fare politica e pregare erano donne e uomini come noi. Proprio grazie al ritrovamento di quegli scheletri, negli anni è stato possibile ricostruire un quadro sullo stato di salute della popolazione. Sulle abitudini alimentari e anche sulle differenze di classe. Una dieta semplice, quasi basilare, per le classi meno abbienti. Che diventava sempre più ricca ed elaborata man mano che ci si avvicinava ai membri dell’élite cittadina.

 «Grazie ai tanti reperti organici arrivati a noi in condizioni di preservazione straordinarie, questo mondo antico ci ricorda i molti punti in comune con il nostro. Nel rapporto con l’alimentazione, la tavola e al tempo stesso con le diversità» spiega Francesco Sirano, direttore del Parco archeologico di Ercolano. «Il fascino di questi luoghi risiede nella possibilità di toccare da vicino una quotidianità diversa che tuttavia parla una lingua molto simile alla nostra».

Ercolano (riconosciuta come patrimonio dell’Unesco) sa dirci molto ancora oggi, grazie alla qualità e alla quantità straordinaria di resti di cibo ritrovati nel corso degli scavi. Tra le sale di Villa Campolieto – in mezzo a pane, cereali, legumi, formaggi e persino uova dal guscio ancora intatto – sembra quasi di vedere prendere vita un mercato, la tavolata di una taverna o un lussuoso triclinio. Tra i reperti colpisce una cassa di legno, probabilmente utilizzata come dispensa domestica. Trovata con i resti di una focaccia e sacchetti contenenti diversi alimenti ancora al suo interno.

Scopriamo così – provando a immaginare i gesti, le abitudini e le conversazioni – che la colazione era frugale e veloce. Il pranzo leggero e spesso consumato in piedi in una delle tabernae di cui Ercolano era piena. Mentre la cena (soprattutto per le classi più agiate) era il vero momento conviviale. Quando – oltre all’alimentazione basata su cereali e legumi – sui triclini illuminati da candele e lanterne, tra aristocratici e politici, facevano finalmente la propria comparsa anche carne e pesce.

di Valentina Monarco

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